Confessione di un teppista

Poesie e poemetti

confessioniteppista

Sergej Esenin

Passigli Poesia

a cura di Bruno Carnevali

Anno :1999, Nuova edizione

Pagine :254

Prezzo :18,00€

ISBN :88-368-1031-4





Il libro:
Nato nel 1895 nella regione di Rjazan’, Sergej Aleksandrovic Esenin cominciò prestissimo a scrivere, pubblicando poesie in giornali di provincia. Prima a Mosca, poi a Pietroburgo, si legò a poeti come Blik e Kljuev, ed a quest’ultimo in particolare, che condivideva con lui l’origine contadina. Rispettivamente del 1916 e del 1918 sono le prime due raccolte, Festa dei defunti e Azzurrità. Un anno più tardi fu tra i fondatori, insieme a Mariengof e Seršenevic, della nuova scuola poetica degli ‘immaginisti’. È in quegli anni, appena a ridosso della rivoluzione, che la fama di Esenin cresce, al punto da poter arrivare a competere con l’altro astro nascente della nuova poesia russa, Vladimir Majakovskij; e se fra i due vi fu rispetto, e forse anche stima non solo ostentata, pure sarebbe difficile immaginare due poeti di una stessa epoca più distanti fra loro, eppure accomunati da uno stesso, tragico destino. Al 1921 appartengono lo straordinario poemetto Plugacëv – forse la sua opera più vicina alla poetica degli ‘immaginisti’ – e la raccolta Confessione di un teppista; del 1924 è Mosca delle bettole.
Con gli anni si approfondiva tuttavia il suo disagio esistenziale. Con alle spalle una rivoluzione nella sostanza mai amata né compresa e, davanti a sé, il costante e consapevolmente utopico desiderio di un ritorno alle origini, alla sua Rus’ natale e contadina, Esenin scontava il dramma della sua solitudine, della sua ‘estraneità’ («Nel mio paese io sono come uno straniero…»). A nulla valsero la fama letteraria, i tre matrimoni, fra i quali quello ‘scandaloso’ con la celebre stella della danza Isadora Duncan, il viaggio con lei prima in Germania e poi negli Stati Uniti, soltanto tappe di una vita di vagabondaggio tesa ormai vorticosamente verso il suo epilogo più tragico. Che puntualmente avvenne a San Pietroburgo, la notte del 28 dicembre 1925, quando si uccise impiccandosi nella sua stanza d’albergo.

Il brano:

«I fiori mi dicono addio,
Chinando le loro corolle.
– Mai più potrai rivedere
I campi nativi, il paese paterno.
Ma che importa, miei cari che importa?
Ho visto voi e la mia terra,
E questa pioggia sepolcrale,
Come una nuova carezza l’accolgo.»
da I fiori – I