La pace di Hitler
Philip Kerr
Passigli Narrativa
Il libro:
Autunno 1943: dopo la disfatta di Stalingrado, Hitler sa che la guerra è ormai perduta, e sa anche che l'imminente Conferenza di Teheran tra gli alleati si occuperà di stabilire le condizioni della inevitabile resa del Reich nazista. Rendendosi conto che la resa incondizionata chiesta da Roosevelt sarebbe una rovina per la Germania, Hitler ha lanciato dei segnali di pace, cosa che a sua insaputa ha fatto anche Himmler, pronto a tentare persino un colpo di stato che sostituisca Hitler pur di raggiungere un accordo. Roosevelt e Stalin sono pronti a negoziare. Solo Churchill si rifiuta. In breve, a Teheran la tensione raggiunge il massimo grado, e la città, tra il tentativo di un colpo di mano tedesco e i contrasti tra gli Alleati, diviene il palcoscenico di una rappresentazione pericolosa i cui termini sono di un'importanza cruciale per il futuro del mondo. Con La pace di Hitler Philip Kerr torna finalmente alla fonte di ispirazione che sta alla base del grande successo della sua 'Trilogia berlinese': gli anni della Seconda Guerra Mondiale e il thriller storico nel quale convivono personaggi reali e di invenzione.
L'autore:
Nato nel 1956 a Edimburgo, Philip Kerr fu salutato fin dagli esordi da un grande pubblico, dalle lodi di Salman Rushdie, e dall'inclusione nella lista dei migliori giovani romanzieri inglesi compilata dalla famosa rivista letteraria 'Granta'. Spesso paragonato a Michael Crichton, in realtà Kerr, scrittore di grande ecletticità, è un autore assolutamente originale, un iconoclasta dall'intelligenza enciclopedica e dal grande talento per la costruzione di thrillers altamente sofisticati che gli hanno conquistato la stima dei lettori di tutto il mondo, e che hanno fatto scrivere recentemente al 'Washington Post' che Kerr "ha il talento di costruire grandi idee narrative e di portare il lettore in luoghi nei quali non è mai stato".
Il brano:
«Venerdì, 1 Ottobre 1943 Washington D.C.Tutto intorno a me c'era la storia. La fiutavo in ogni oggetto, dalla pendola francese Impero che ticchettava sopra l'elegante caminetto, fino alla carta da parati rosso vivo cui la Red Room doveva il suo nome. L'avevo sentita fin dal momento in cui ero arrivato alla Casa Bianca ed ero stato introdotto in questa anticamera per aspettare la segretaria del presidente. L'idea che Abraham Lincoln avesse camminato sullo stesso tappeto Savonnerie su cui stavo adesso, guardando in alto verso un enorme lampadario, oppure che Teddy Roosevelt poteva essersi seduto su una delle poltrone tappezzate in rosso e oro, mi aveva catturato, così come gli occhi della bella donna il cui ritratto pendeva al di sopra del caminetto bianco. Mi chiedevo come mai mi ricordasse la mia Diana, e conclusi che forse si trattava del sorriso stampato sulla sua faccia alabastrina. Sembrava dirmi "Avresti dovuto pulirti le scarpe, Willard. Ancora meglio, avresti dovuto mettertene un altro paio. Con queste sembra che tu sia venuto a piedi da Monticello".[…]»