Sinossi
L’idea di una raccolta dedicata alle pietre del litorale cileno era stata suggerita a Neruda da un’analoga pubblicazione, che aveva per oggetto le pietre di Francia, e che comprendeva poesie di Pierre Seghers e fotografie di Fina Gómez; infatti, la prima edizione de Le pietre del Cile, apparsa nel 1960, era anch’essa corredata da fotografie di Antonia Quintana.
Ma al di là della circostanza occasionale, la fisicità e il simbolo delle pietre rivestono un ruolo importante nella poesia di Neruda, ribadito del resto, dieci anni dopo, con l’altra raccolta Le pietre del cielo e, più tardi ancora, con una delle sue ultime raccolte, La rosa separata, dedicata alla mitica Rapa Nui e al suo popolo di statue misteriose, i moais.
Pietre, dunque, non in quanto presenze prive del soffio della vita, ma, al contrario, come veri e propri «esseri di pietra», che della vita restano come imperitura testimonianza.
Scrive infatti Neruda: «Dovere dei poeti è cantare con i loro popoli e dare all’uomo ciò che è dell’uomo: sogno e amore, luce e notte, ragione e stordimento. Ma non dimentichiamo le pietre! Non dimentichiamo i taciti castelli, gli irti, rotondi regali del pianeta. Fortificarono cittadelle, avanzarono a uccidere o a morire, decorarono l’esistenza senza compromettersi, conservando la loro misteriosa materia ultraterrena, indipendente ed eterna».
«Tra le pietre della costa, camminando,
lungo la riva del Cile,
più lontano,
mare e mare, luna e sargasso,
l’estensione solitaria del pianeta…»da Solitudini








