Il mare di Neruda: Odi che parlano di sabbia, di onde e di uomini

Senza forzature interpretative, si potrebbe parlare di un “mare di Neruda”, quasi che esso si distingua da ogni altro. E se pure non è il mare in sé a essere diverso, lo sono certamente lo sguardo e la sensibilità con cui il poeta lo contempla.

Per Neruda il mare è totalità: una presenza assoluta che attraversa le diverse raccolte poetiche come silenzioso testimone dell’intera sua vicenda esistenziale, dagli anni della formazione fino alle ultime stagioni della scrittura.

La presenza del mare è centrale in Memorial de Isla Negra e in El mar y las campanas. Nella prima raccolta, pubblicata nel 1964 e dunque successiva alle Odi elementari, Neruda ne offre una rappresentazione lirica segnata dalla nostalgia: il mare diviene evocazione dolorosa della solitudine adolescenziale, memoria intima e fondativa dell’esperienza poetica

Scoprii il mare. Ero partito da Carahue
el Cautín, sulla foce,
e sui battelli a ruota i sogni della vita
incominciarono a farmi pensare,
a imporre la loro domanda alla mia mente.

oppure come luogo di contemplazione e di sogno, spazio privilegiato in cui la parola poetica prende forma (Isla Negra); nella raccolta El mar y las campanas, appartenente agli ultimissimi anni della vita del poeta, il mare si trasfigura invece in “campana”: una campana sospesa sulla riva, emblema e monito della precarietà della condizione umana.

Ora dopo ora non è il giorno,
è dolore dopo dolore:
il tempo non s’arruga,
non si consuma:
mare, dice il mare,
senza tregua,
terra, dice la terra:
l’uomo aspetta.

 

Il mare delle Odi si colloca idealmente a metà tra questi due momenti. Pervase da un vitalismo di matrice storica, il poeta si fa esploratore delle realtà minute e quotidiane di cui è composta l’esistenza, gli arnesi del vivere e del sentire, la molla della speranza”.

Questa poesia, fuori dall’impegno civile, torna a concentrarsi sul concreto,  assumendo la tradizione classica come riferimento ideale. Essa celebra la gioia del vivere e dell’amare, la bellezza dei colori, dei sapori e la forza dei legami umani basati sulla gentilezza e sulla solidarietà.

Le Odi si caratterizzano per la loro apparente semplicità: affrontano temi quotidiani con un linguaggio diretto e limpido, restituendo una realtà materiale: gli oggetti d’uso quotidiano, il cibo, la natura, gli animali, le piante e il corpo umano. Ne risulta una poesia immediata, dalla versificazione franta, casuale, priva di qualsiasi intento metrico-prosodico.

Come scrive Giovanni Battista De Cesare nella prefazione di Ode al Mare della Passigli Editori: “In altri termini, essi esprimono l’amore verso le cose che rendono abitabile la vita: l’allegria, il vino, il pane, il libro, il paesaggio, il mare, la speranza, la primavera, l’olio, la pigrizia, il fiore azzurro e altre duecento e più cose, quante sono le odi che le raccontano. In quei singoli, minuti spunti è disseminata la tenerezza nerudiana, l’umanità profonda che sovrasta gli accenti all’ingiustizia sociale, le ragioni della scontentezza o dell’infelicità, i toni del paternalismo ideologico o politico.”

Cos’è il mare per Pablo Neruda

Per Pablo Neruda il mare non è solo semplice scenario o un tema ricorrente: è presenza viva, profonda e carica di emozioni. Nei suoi versi, il mare incarna lo stupore della natura, e, insieme, diviene il riflesso dell’animo umano. È una forza che commuove, che accompagna la vita dell’uomo e la oltrepassa, senza mai negarla.

Negli anni Cinquanta, con la composizione delle Odi, il mare assume per il poeta un significato ancora più intimo. Non è più soltanto un oceano smisurato celebrato nei suoi poemi precedenti, ma si trasforma in un luogo quotidiano, abitato da memoria e ricordi

È la vasta distesa d’acqua che Neruda contempla ogni giorno dalla sua casa affacciata sulla riva: un luogo luminoso e vitale, colmo di oggetti raccolti nei viaggi, di memorie, di piccole passioni che raccontano la vita.

Le Odi di questo periodo possono essere lette come frammenti di un dialogo continuo tra il poeta e il mare. Neruda gli si rivolge con riconoscenza e confidenza, come a un compagno antico, testimone silenzioso del tempo e dell’esistenza.

Ode al mare

 

Qui nell’isola
il mare
e quanto mare
fuoriesce da se stesso
in ogni momento,
dice di sí, dice di no,
di no, di no, di no,
dice di sí nell’azzurro,
nella spuma, nel galoppo,
dice di no, di no.
Non può starsene tranquillo,
io sono il mare, va ripetendo
battendo su una pietra
senza riuscire a convincerla;
allora
con sette lingue verdi
di sette cani verdi,
di sette tigri verdi,
di sette mari verdi,
la sfrega, la bacia,
la bagna
e si colpisce il petto
ripetendo il suo nome.
Oh mare, è così che ti chiami,
oh compagno oceano,
non perder tempo ed acqua,
non agitarti tanto,
dacci una mano,
siamo i piccoli
pescatori,
gli uomini della riva,
abbiamo freddo e fame,
non esserci nemico,
non sbattere con tanta violenza,
non urlare tanto forte,
apri la tua scatola verde
e lascia nelle nostre
mani
il tuo regalo d’argento:
il pesce di ogni giorno.

Qui in ogni casa
lo vogliamo,
perché anche se fatto d’argento,
di cristallo o di luna,
nacque per le cucine
dei poveri.

Non tenerlo per te,
avaro,
mentre scivola freddo
come lampo bagnato
fra le tue onde.

Vieni, ora,
apriti
e lascialo
a portata delle nostre mani,
aiutaci, oceano,
padre verde e profondo,
a porre fine, un giorno,
alla povertà sulla terra.

Lasciaci
attingere all’infinita
ricchezza delle tue piantagioni,
il tuo grano e le tue uve,
i tuoi buoi, i tuoi minerali,
lo splendore acquoso
dei tuoi frutti sommersi.

Padre mare, noi sappiamo
come ti chiami, tutti
i gabbiani evocano
il tuo nome sulle spiagge:
dunque, comportati bene,
non scuotere i tuoi crini,
non minacciare nessuno,
non infrangere contro il cielo
la tua bella dentatura,
tralascia per un momento
le storie gloriose,
da’ ad ogni uomo,
ad ogni
donna e ad ogni bambino
un pesce grande o piccolo
ogni giorno.

Va’ per tutte le strade
del mondo
a distribuire pesci
e allora
grida,
grida
perché ti odano tutti
i poveri che lavorano
e dicano,
affacciandosi all’imboccatura
della miniera:

«Ecco che viene il vecchio mare
a distribuire pesci».

Poi essi torneranno giù,
nelle tenebre,
sorridendo, e per le strade
e per i boschi
gli uomini e la terra
sorrideranno
con sorriso marino.

Ma
se così non vuoi,
se non ne hai voglia,
aspetta,
aspettaci,
provvederemo in qualche modo,
in primo luogo cercheremo
di risolvere i problemi
dell’umanità,
dapprima i più grandi,
quindi tutti gli altri,
e allora
entreremo in te,
taglieremo le onde
con un coltello di fuoco,
su di un cavallo elettrico
salteremo sopra la schiuma,
ci immergeremo
cantando
fino a toccare il fondo
delle tue viscere,
un filo atomico
terrà a bada i tuoi fianchi,
pianteremo
nel tuo giardino profondo
alberi
di cemento e d’acciaio,
ti legheremo
mani e piedi,
sopra la tua pelle gli uomini
passeggeranno sputando,
raccoglieranno i tuoi grappoli,
costruiranno attrezzi,
monteranno sulla tua groppa per domarti
e per dominare la tua anima.

Ma questo avverrà quando
noi uomini
avremo sistemato
il nostro problema,
il grande,
il grandissimo problema.

Sistemeremo tutto
poco per volta:
ti obbligheremo, mare,
ti obbligheremo, terra,
a fare miracoli,
perché è in noi stessi,
nella lotta,
che sta il pesce, il pane,
il miracolo.

 

Ode alla sabbia

 

Sabbia pura, come
hanno fatto ad accumularsi, impalpabili,
i tuoi granelli disgiunti,
cintura del mare, coppa del mondo,
petalo planetario?
Forse hai tu raccolto di fronte all’urlo
di onde e uccelli selvatici
l’anello tuo eterno e l’unità oscura?

Sabbia, tu sei
madre
dell’oceano,
esso nella tua pietra innumerevole
depositò il seme della specie,
ferendo
con le sue grida seminali
di toro verde la tua natura.

Nudo sopra
la tua frammentaria pelle
sento
il tuo bacio e il tuo sussurro
che mi percorrono
cingendomi più dell’acqua,
dell’aria, del tempo,
flettendosi
sulle linee del mio corpo,
formandomi di nuovo,
e quando
vago
lungo la spiaggia marina,
l’orma del mio essere resta un istante
nella tua memoria, sabbia,
fin quando brezza
onda
o notte
non cancellano il mio peso grigio sul tuo spazio.

Silice demolita,
marmo disperso, aro
sminuzzato,
polline
delle profondità,
polvere marina,
ti elevi
sulle dune
argentate
come
colli
di piccione,
ti estendi
nel deserto,
sabbia
della luna,
senza limite,
circolare e brillante
come un anello,
morta,
soltanto silenzio
fin quando il vento non fischia
e accorre terrificante
a scuotere
la pietra demolita,
il lenzuolo
di sale e di solitudine,
e allora
l’infuriata sabbia
suona come un castello
attraversato
da una raffica di violini,
da una tumultuosa
velocità di spada in movimento.

Rotoli
fin quando l’uomo
non ti raccoglie
nella sua pala
e all’impasto
dell’edificio
ti unisci serenamente
e ritorni
alla pietra,
alla forma,
e costruisci
una
dimora
di nuovo ricomposta
per servire
la volontà dell’uomo.

 

Ode allo spazio marino

 

Umido il cuore, l’onda
batte
pura, giusta, amara.
Dentro di te il sale,
la trasparenza,
l’acqua si ripetono:
la moltitudine del mare
lava la tua vita
e non solo la spiaggia
ma anche il tuo cuore è incoronato
dall’insistente spuma.

Da dieci o quindici anni,
non ricordo bene,
sono giunto a queste solitudini,
ho fondato
la mia casa
nella sperduta sabbia,
e come sabbia sono andato sbriciolando
le ore della mia vita
granello dopo granello:
luce, ombra, sangue, grano,
ripulsione o dolcezza.

I muri,
le finestre,
i mattoni, le porte della casa,
si sono logorati
non soltanto
per l’umidità e per il passaggio
del viandante,
ma anche per effetto del mio canto
e per la spuma
che persiste nelle sabbie.

Col mio canto e con il vento
si son consunti
i muri
e dal mare e dalle pietre
della costa
ho raccolto resistenza,
spazio ed ali
per il suono,
ho raccolto la sostanza
della notte marina.

Qui prima
della sabbia,
estasiato,
sollevai l’alga fredda
ondulata nell’onda
o nella chiocciola del Cile,
rosa dura,
anca sommersa
di colombo,
o l’agata
marina,
traslucida
come vino bianco.

Poi
ho cercato
le piante procellarie,
il firmamento gentile
dei fiori
perduti sulla duna,
nella calcarea
verginità rocciosa:
ho amato la flora
della sabbia ardente,
foglie grosse, spine,
fiori delle intemperie,
minute
stelle
invariabili
attaccate alla terra.
Sì, i fiori,
le alghe,
le sabbie,
ma dietro tutto questo
il mare come un cavallo
sfrenato
nel vento,
un cavallo azzurro, un cavallo
dalla criniera bianca
che galoppa
sempre,
il mare,
una marmitta
sempre
in ebollizione,
il mare
molto più grande
delle isole,
cinturone frenetico
di terra e di cielo.

Sulle rive
pietre
a non finire,
edifici
di roccia
disposti contro la violenza del mare
scavati dalla stessa goccia
persistente nei secoli.

Il mare si frange
contro il granito grigio:
invasione di schiuma,
eserciti di sale,
soldati verdi
che abbattono grappoli invisibili.

Massicci palombari
scendono,
professionisti
della profondità:
la nave aspetta
nel vaevieni del seno dell’onda,
riemergono
con
un pugno
di palpitanti
frutti
sottomarini,
gotiche conchiglie,
ricci spinosi:
il palombaro
emerge
dalla mitologia
del suo scafandro, avrebbe potuto
ballare con le meduse,
restare
nel profondo albergo
delle sirene,
ma è riemerso: un piccolo
pescatore della riva
esce dai suoi stivali
e diventa aereo
come un foglio di carta o un uccello.

Stirpe fugace
dei miei compagni,
più che il mare è la tosse
ad affliggerli
e come in reti lacerate
le loro difficili vite

senza unità, scivolano
nella morte.

L’uomo
della costa
si vede minuscolo
come pulce di mare.
Non è vero.
Come ragno
egli ha sospeso
alle rocce, sulla
brughiera marina,
la sua capanna miserabile,
l’uomo
delle terre sdentate
ha posto un tetto sulla testa dei figli
con frammenti di lamiere e pezzi di tavole,
e si reca ogni giorno
all’opificio, al cantiere,
alle navi.

Qui stanno
il porto,
le case, la dogana:
l’ometto
della costa ha eretto la struttura
ed è tornato all’altura,
alla sua grotta.
Sì, oceano, solenne
è il tuo insistente
vaticinio, l’eternità
del canto in movimento,
il tuo coro
penetra nel mio cuore, spazza le foglie
dell’autunno ormai finito.

Oceano,
la tua traboccante coppa
apre
come nella roccia
il suo foro
nella mia piccola fronte di poeta,
e sabbia, fiori duri, uccelli
della tempesta, cielo sibilante
circondano la mia esistenza.

Ma il minuscolo
uomo delle sabbie
è per me più grande.

Adesso, osservatelo:
passa con sua moglie, con cinque cani
affamati, col suo carico
di mare, di alghe, di pesci.

Io non sono mare, sono uomo.
Io non conosco il vento.
Che cosa dicono queste onde?
E chiudo la mia finestra.

Oceano,
bella è la tua voce, di sale e di sole il tuo sembiante,
ma
è per l’uomo il mio canto.

 

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