«Creo un’immagine […], lascio che ne generi un’altra, lascio che quella contraddica la prima, faccio, della terza immagine generata dalle prime due, una quarta immagine contraddittoria, e le lascio tutte confliggere entro i limiti formali che mi sono imposto.»
Sono gli anni Trenta. Le prime poesie di Dylan Thomas iniziano a circolare tra le pagine più prestigiose della stampa inglese, persino su Criterion, la rivista diretta da T.S. Eliot.
Nel 1934 vince il premio del «Sunday Referee» per la migliore poesia pubblicata l’anno precedente, The Force that Through the Green Fuse Drives the Flower: un testo potente e misterioso, in cui Thomas immagina che la stessa energia che fa sbocciare un fiore attraversi anche il corpo umano, spingendo la vita e la morte con la stessa forza. La natura e l’uomo sono la stessa cosa: ciò che cresce, un giorno marcirà; ciò che muore, un giorno tornerà a nutrire la vita.
L’autenticità e la potenza lirica delle sue poesie destano l’attenzione di tutti. Ed è in questa atmosfera che nasce la raccolta 18 Poems, che rivela già la forza visionaria del suo pensiero. Thomas volle che il libro fosse pubblicato “nudo”, senza prefazione, senza ritratto, senza spiegazioni. Solo i titoli – essenziali – e i versi, liberi di parlare da soli.
Cosa c’è dietro l’universo di Dylan Thomas
Federico Mazzocchi, nella prefazione di 18 Poesie, edito da Passigli Editori, aiuta a muoversi all’interno nell’universo di Dylan Thomas, che è “in costante movimento”.
Per il poeta, ogni cosa nasce e muore nello stesso gesto: la creazione e la distruzione non si oppongono, ma si intrecciano come respiro e battito. Gli opposti – vita e morte, luce e buio, corpo e natura – convivono e si riflettono l’uno nell’altro.
Non tutti, però, lo capirono. Quando 18 Poems uscì, la critica lo considerò il frutto di un delirio surrealista, quando, in realtà, dietro quella densità, c’era stato un lavoro lucidissimo sulla lingua. Thomas cercava di far convivere dentro la parola stessa le contraddizioni del mondo e di rendere visibile la logica del caos: per “rincorrerlo” spezza la sintassi, salta i collegamenti logici, fa esplodere la grammatica.
The Force that Through the Green Fuse Drives the Flower è l’esempio più chiaro di questa poetica. La “forza verde” che muove il fiore è la stessa che muove il corpo umano, che lo fa crescere e lo distrugge:
“La forza che nella verde miccia spinge il fiore / spinge la mia verde età;
quella che squassa le radici degli alberi / è la mia distruttrice.”
Qui la natura diventa specchio dell’uomo, e l’uomo diventa specchio della natura. Gli eventi biologici e quelli cosmici si rispecchiano: un respiro è come un temporale, un fiore che si apre come un cuore che batte.
Questa idea di unità universale torna anche in un’altra poesia, If I Were Tickled by the Rub of Love, in cui Thomas scrive:
“L’uomo sia la mia metafora.”
L’uomo rappresenta tutto, perché in lui agiscono insieme le forze della vita e della morte. Il grembo (womb) e la tomba (tomb) diventano due facce della stessa realtà.
È il ciclo eterno in cui ogni cosa si trasforma, ma niente si perde davvero.
Con 18 Poems, Dylan Thomas – che qualcuno chiamò “il Rimbaud di Cwmdonkin Drive” – entrò di colpo nella scena poetica inglese. In pochi anni divenne una voce di riferimento per una nuova generazione di poeti, ispirando il movimento neoromantico della New Apocalypse e lasciandosi alle spalle il realismo politico tipico degli anni Trenta. Proprio lui, che non cercò mai di diventare un “portavoce” di nulla.
Tutto ciò che offrì, lo offrì “a partire dalle parole”: dalla loro forza, dalla loro musica, dal loro mistero. Leggere oggi 18 Poems significa ancora entrare in quel vortice – dove la vita, la morte e il linguaggio si incontrano e si confondono in un unico, luminoso movimento.
Vedo i ragazzi dell’estate nella loro rovina (I parte)
Vedo i ragazzi dell’estate nella loro rovina
inaridire i campi dorati,
trascurare il raccolto, raggelare il suolo;
là, nel loro ardore che l’inverno inonda
di gelidi amori, portano le loro ragazze
e affondano nelle loro maree i carichi di mele.Questi ragazzi di luce fanno tutto cagliare nella loro follia;
inacidiscono il miele bollente;
tastano i ghiaccioli negli alveari;
là, al sole, con frigidi fili
di dubbio e oscurità nutrono i loro nervi;
il segnale della luna è uno zero nei loro vuoti.Vedo i bambini dell’estate nelle loro madri
scindere i climi del grembo rassodato,
separare la notte e il giorno con pollici fatati;
là, nel profondo, con le ombre divise in quattro
di sole e luna, dipingono le loro genitrici
come la luce del sole dipinge il guscio delle loro teste.Vedo che da questi ragazzi uomini da nulla
si leveranno con movimenti pieni di semi,
o azzopperanno l’aria balzando via dai suoi ardori;
là, dai loro cuori, il battito canicolare
d’amore e luce scoppierà nelle loro gole.
Oh vedi il battito dell’estate nel ghiaccio.
La forza che nella verde miccia spinge il fiore
La forza che nella verde miccia spinge il fiore
spinge la mia verde età; quella che squassa le radici
degli alberi
è la mia distruttrice.
E io sono muto per dire alla rosa deforme
che la stessa febbre invernale piega la mia gioventù.La forza che spinge l’acqua tra le rocce
spinge il mio rosso sangue; quella che prosciuga
i fiumi alla foce
trasforma in cera i miei.
E io sono muto per gridare alle mie vene
come alla fonte montana succhi la stessa bocca.La mano che fa mulinare l’acqua nello stagno
agita le sabbie mobili; quella che imbriglia il vento
governa la vela del mio sudario.
E io sono muto per dire all’impiccato
come la calce del boia sia fatta della mia argilla.Le labbra del tempo suggono alla sorgente;
l’amore stilla e si rapprende, ma il sangue versato
lenirà le sue pene.
E io sono muto per dire alle intemperie
come il tempo abbia scandito un cielo intorno alle stelle.
E io sono muto per dire alla tomba dell’amata
come al mio lenzuolo si avvii lo stesso verme deforme.
In principio era la stella a tre punte
In principio era la stella a tre punte,
unico sorriso di luce lungo il volto vuoto;
unico ramo d’osso nell’aria che si radicava,
si biforcò la sostanza che immidollò il primo sole;
e, cifre roventi nel cerchio dello spazio,
cielo e inferno si mischiarono nel loro giro.In principio era la firma pallida,
trisillabica e stellata come il sorriso;
poi giunsero le impronte sull’acqua,
stampo del volto coniato sulla luna;
il sangue che lambì la croce e il graal
lambì la prima nuvola e vi lasciò un segno.In principio era il fuoco montante
che appiccò i climi da una scintilla,
scintilla dai tre occhi rossi, smussata come un fiore;
la vita sorse e sgorgò dai mari impetuosi,
esplose nelle radici, pompò da terra e roccia
gli oli segreti che spingono l’erba.In principio era il verbo, il verbo
che dalle solide basi della luce
estrasse tutte le lettere del vuoto;
e dalle basi nuvolose del respiro
il verbo fluì in alto, traducendo al cuore
i primi caratteri di nascita e morte.In principio era il cervello segreto.
Il cervello fu rinchiuso e saldato nel pensiero
prima che la pece si biforcasse a un sole;
prima che le vene si agitassero nel loro setaccio,
il sangue scagliò e disperse nei venti della luce
la costoluta matrice dell’amore.
Sognai la mia genesi nel sudore del sonno
Sognai la mia genesi nel sudore del sonno, penetrando
il guscio rotante, potente
come muscolo a motore nel trapano, spingendomi
nella visione e nel nervo travato,da membra fatte a misura del verme, sbarazzatomi
della carne grinzosa, limato
da tutti i ferri dell’erba, metallo
di soli nella notte che fonde gli uomini.Erede di vene ribollenti che serbano la goccia d’amore,
creato
a caro prezzo nelle mie ossa, io
percorsi il mio globo d’eredità, viaggio
a marce basse dentro l’uomo che incede di notte.Sognai la mia genesi e di nuovo morii, shrapnel
conficcato nel cuore in marcia, squarcio
nella ferita suturata e nel vento coagulato, morte
puntata alla bocca che inghiottì il gas.Affilato nella mia seconda morte notai le colline, raccolto
di cicuta e di steli, ruggine
il mio sangue sopra ai morti acquietati, forzando
la mia seconda lotta per risalire dall’erba.E quel potere contagiò la mia nascita, seconda
resurrezione dello scheletro e
nuova vestizione del nudo spettro. Virilità
sprizzò su dal risofferto dolore.Sognai la mia genesi in un sudore di morte, caduto
due volte nel mare che nutre, ristagnato
nell’acqua salata di Adamo finché, visione
di nuova forza umana, io cerchi il sole.