Figura centrale dell’avanguardia futurista e soprattutto simbolo della poesia rivoluzionaria sovietica, Vladimir Majakovskij è stato un drammaturgo, pittore russo e un fabbricante di versi, in un’epoca di trapasso, tra la fine dell’Impero zarista e l’era stalinista, che procedeva a ritmo serrato verso la Rivoluzione d’Ottobre del 1917.
Fu il cantore della rivoluzione bolscevica, del proletariato e dell’uomo nuovo sovietico, tra guerre civili e prime purghe. Esaltò la classe operaia come avanguardia dell’emancipazione umana. Celebrò inoltre il futuro comunista contro il passato zarista. Si suicidò a Mosca nel 1930.
Majakovskij è il grande dilemma del Novecento letterario, e non solo di quello russo. Come riporta César Vallejo, in El caso Maiakovski, del 1931, “è un esibizionista in iperboli”, ma allo stesso tempo: “lo sforzo compiuto per volgersi completamente, improvvisamente, alla nuova vita, gli spezzò la spina dorsale, gli fracassò il baricentro, trasformandolo in puro “disordine”.
Majakovskij è questo: vita e poesie in puro disordine. Cercare di dare un senso alla sua cifra esistenziale e poetica è accettare che la sua vita e la sua poetica siano avvinghiate assieme, che pian piano si siano perse in giri sempre più grandi, fino a cessare di sopravvivere.
Il suo “urlare a piena voce”, il suo innovare con versi lunghi, irregolari e declamatori, la sua epica eroica moderna, in cui unisce futurismo, satira e propaganda, fa sì che non si riesca mai a distinguere con esattezza i contorni della sua materia poetica. Tutto diventa proiezione della sua immagine: patria, donna, uomo nuovo, futuro.
Eppure, malgrado più di altri Majakovskij abbia cercato di vivere secondo i crismi dei nuovi rapporti sociali, si perde in un calvario mortale tra un passato che disperatamente cerca di resistere, ma che ha perso ogni legame, e un presente che preferisce sradicarlo dalla sua stessa storia.
E questo travaglio avviene anche nella sua poesia che si contorce tra il lacerante grido degli artisti rivoluzionari “che fingono di essere ‘rivoluzionari’ con la stessa facilità con cui fingono di essere coraggiosi”, e l’ostinazione con cui usa il Futurismo – da bravo cantore della rivoluzione comunista – per dare “uno schiaffo” al “vecchiume” della poesia romantica e decadente, preferendo l’amore per la patria all’amore per una donna.
Ma è proprio davanti a quell’arte che non comprende, che rifiuta di indossare come un abito ormai logoro, in cui inizia a creparsi l’uomo-poeta. E per la durata di qualche istante, in “Amo” intravediamo qualcosa di diverso: si denuda, precipita in passioni, ingestibili, brucianti, senza via di fuga. E l’amore diventa delirante.
Come si legge nella prefazione a cura di Marilena Rea: “Come tante finestre aperte sul cuore, le poesie ci mostrano senza veli il fuoco che alimenta la sua anima: le amanti con i boa di strascichi di comete, le signorine dai modi ora pudichi ora civettuoli, l’amata che si macchia di tradimento, la dolce signorina americana che affila lamette Gillette in mezzo all’indifferenza dei ricchi passanti capitalisti, un amore negato che scatena una funesta tempesta che sovverte l’ordine universale delle cose. E infine lei, la venerata, leggendaria Lilja Brik, moglie di Osip Brik, conosciuta nel 1915 durante una lettura di poesie e mai più dimenticata.”
Per molti critici, il Majakovskij rimane un fabbricante di versi “a comando”: freddi, senza vita, esanime, in cui l’arte si sottomette alla ragione, anzi alla propaganda politica, ma ne siamo davvero sicuri?
Il consiglio è di leggere Milioni di immensi cuori puri per tentare di cogliere la complessità di un poeta che è espressione del tempo, dello spazio e di un amore che fa fremere…
A tutti
No.
Non è vero.
No!
Anche tu?
Amore mio,
perché,
perché mai?
D’accordo,
ci sono andato,
ho portato i fiori,
ma dal cassetto non ho rubato posate d’argento!
Pallido,
mi sono scapicollato dal quinto piano,
il vento bruciava la faccia.
Di fischi e nitriti turbinava la strada.
Una tromba s’accavallava lussuriosa a un’altra tromba.
Ho sollevato sul frivolo trambusto della capitale
il tuo profilo
– da antica icona –
severo.
Sul tuo corpo – come sul talamo di morte –
ha finito
i suoi giorni
il mio cuore.
Del crudele assassinio non hai imbrattate le mani.
Lilicˇka!
In luogo di una lettera
Il fumo di tabacco ha corroso l’aria.
La stanza
È un passo dell’Inferno di Krucˇënych.
Ricordati:
a questa finestra
per la prima volta
ho accarezzato ardentemente le tue mani.
Ma oggi, ecco, stai qui,
rivestito di ferro il tuo cuore.
Ancora un giorno
e mi allontanerai
forse tra le maledizioni.
Nel buio ingressino, con vari tentativi
non imbucherà la manica il braccio tremante.
Precipitando fuori,
il mio corpo scaraventerò per strada.
Selvaggio,
impazzirò
dilaniato dal furore.
A che serve,
mia cara,
mia amata?
Separiamoci adesso.
In compenso,
il mio amore –
un ingombrante peso –
pende su di te
ovunque tu fugga.
[…]
Potranno le foglie secche delle mie parole
obbligarti a fermarti,
a respirare avidamente?
Che almeno
queste foglie di estreme tenerezze
ti facciano da tappeto mentre te ne vai.
Approccio con una signorina
Stasera mi decido:
«Non è il caso di diventare intimi?»
Con il buio,
nessuno ci vedrà.
Ho fatto un inchino, in effetti,
e infatti,
tutto me stesso
inchinando,
le ho detto,
come un padre premuroso:
«Profondo è l’abisso della passione,
vi consiglio veramente
di andarvene.
Andatevene,
ve lo consiglio veramente».
Lettera a Tat’jana Jakovlevna
Nel cielo tetro
un incedere di lampi,
tuoni
di bestemmie
nel dramma celeste –
non è una tempesta:
si tratta
semplicemente
di quella gelosia
che smuove le montagne.
Delle sciocche parole
crudeli non ti curare,
non temere
questo fragore –
ci penserò io
a domare
i sentimenti
dei rampolli aristocratici.
Il morbillo della passione
si staccherà come una crosta,
però la felicità
non si esaurirà mai,
perché a lungo,
perché nei versi
l’eternerò io, semplicemente.
[…]
Non stare a pensare,
con questo tuo semplice
abbassare di lunghe ciglia.
Vieni qui,
vieni all’incrocio
delle mie grandi
e possenti braccia.
la nuvola in calzoni
I
[…]
D’altra parte che importa
se uno è fatto di bronzo
o se il cuore ce l’ha di freddo metallo.
La notte risveglia nel suono cavo
il bisogno di un tenero abbandono,
femminile.
E così,
immenso,
mi curvo sul davanzale,
scaldo con la fronte il vetro gelato.
Verrà l’amore oppure no?
E come sarà,
grande o appena accennato?
Come fa a essere grande in un siffatto corpo?
Deve essere per forza piccolo,
un amoruccio misurato.
Si starà divincolando tra macchine e clacson,
lei che ama le sonagliere delle carrozze.
IV
Tesoro mio!
Non temere
se sul mio collo taurino
mi porto l’umida montagna di donne ventresudato:
mi trascino nella vita
milioni di immensi amori puri
e milioni di milioni di amoruncoli da quattro soldi.
Non temere
se di nuovo
nella bufera del tradimento
agguanto un migliaio di bei visetti:
«Le ammiratrici di Majakovskij!»
Sono ormai una dinastia
queste regine ascese al cuore di un pazzo.
AMO
[…]
Colmatemi di passioni!
Di amori inondatemi!
Da adesso in poi il cuore non controllo più.
Dove altri hanno di casa il cuore, io lo so:
dentro al petto, è cosa nota.
Invece per me
ha leggi folli l’anatomia.
Sono tutto cuore
e pulso in ogni dove.
[…]
Più del sensato,
più del dovuto –
come
un incubo poetico dentro un sogno –
il grumetto del cuore è cresciuto a dismisura:
un gigantesco amore,
un gigantesco odio,
che mi ha fatto
piegare
le ginocchia –
e sai bene
come io
sia ben piantato –
e così mi trascino
come un’appendice cardiaca,
grande e grosso, ma aggobbito.
Nutrito di latte delle poesie,
non ne sverso neanche una goccia –
non c’è posto dove recuperarne.