Poesia sulle donne e sulla sensibilità erotica
quando l’amore incontra l’assenza

La mia bocca sarà per te un inferno di dolcezza e seduzione 

…voglio mangiare la tua pelle come mandorla intatta 

amata sensazione ritorna e prendimi quando si ridesta la memoria del corpo

 

L’amore ideale, o meglio idealizzato, vivrà sempre. Tuttavia, per alcuni autori del Novecento, qualcosa cambia. Ed è il modo di sentire. L’amore non è più quella nuvola alta e intoccabile dei poeti antichi; è diventato qualcosa di spezzato, una “sensibilità erotica”, appunto, che scava dentro il desiderio fino a trovarci dell’altro.

Mario Praz ritrova questa fame dei sensi già nel Romanticismo decadente, in quel groviglio dove la pelle si mischia a una voglia più scura, fatta di colpa e di senso della fine. È un piacere che sa di peccato, una delectatio morosa che si compiace del proprio tormento. Per lui, se l’amore sensuale è ancora un canto del corpo, un’attrazione che ha una sua melodia dolce, l’erotico invece si fa torbido e inquieto. Diventa una faccenda di nervi e di ombre, qualcosa di “diabolico” che non dà pace.

Ma c’è un altro modo di guardare a questo assedio, ed è quello di Angelo Marchese. Se Praz scava nel torbido del passato, Marchese vede nella poesia del Novecento un vero laboratorio dove l’erotismo si fa struttura, quasi un’architettura del desiderio. Da una parte c’è il sensuale, che è la carne nuda, l’immediatezza del corpo che si ha davanti come un oggetto da toccare; dall’altra c’è l’erotico, che invece nasce dalla tensione dei simboli.

 

La mia bocca sarà un esercito contro di te
[…]

L’orchestra e i cori della mia bocca ti diranno il mio

amore

[…]

Mentre con gli occhi fissi sull’orologio aspetto l’ora

prevista per l’assalto

 

È l’ora prevista per l’assalto, quell’attesa con gli occhi fissi sull’orologio, a creare l’erotismo. Non è quello che si vede a eccitare, ma quello che manca, il “non detto” che vibra tra le parole. L’erotico non è una perversione dell’anima, è il segno di una mancanza che spinge a cercare l’altro oltre la semplice pelle, trasformando il gesto fisico in una significazione profonda, quasi un rito che tenta di afferrare l’invisibile.

In questi versi, memori della lezione di Luigi Capelli, “sensibilità erotica” per la donna è una percezione che fonde il corpo con l’immaginazione. Si evita l’esplicito non per pudore, ma per evocare una scossa che ci porta a scoprire chi siamo attraverso l’altro.

Queste poesie sulle donne – che sono vere, carnali, che si scagliano nel quotidiano – non possono essere semplici canzoni. Sono il racconto di come il desiderio ci abita attraverso corpi in movimento, attraverso l’assenza che morde e soprattutto quando l’amore si confonde con l’angoscia. 

È la ricerca continua, sospesa tra sensi e simboli.

 

Caposezione – Poesie per Lou – Guillaume Apollinaire

La mia bocca avrà ardori da geenna

La mia bocca sarà per te un inferno di dolcezza

e seduzione

Gli angeli della mia bocca troneggeranno nel tuo

cuore

I soldati della mia bocca ti prenderanno d’assalto

I preti della mia bocca incenseranno la tua bellezza

La tua anima sarà scossa come una regione durante

un terremoto

I tuoi occhi allora saranno pieni di tutto l’amore

che si è accumulato negli sguardi dell’umanità

da quando esiste

La mia bocca sarà un esercito contro di te un esercito

pieno di contrasti

Vario come un mago che sa variare le sue metamorfosi

L’orchestra e i cori della mia bocca ti diranno il mio

amore

Essa te lo sussurra da lontano

Mentre con gli occhi fissi sull’orologio aspetto l’ora

prevista per l’assalto

 

XI – Cento Sonetti – Pablo Neruda

Ho fame della tua bocca, della tua voce, dei tuoi capelli 

e vado per le strade senza nutrirmi, silenzioso, 

non mi sostiene il pane, l’alba mi sconvolge, 

cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno. 

Sono affamato del tuo riso che scorre, 

delle tue mani color di furioso granaio,

ho fame della pallida pietra delle tue unghie, 

voglio mangiare la tua pelle come mandorla intatta. 

Voglio mangiare il fulmine bruciato nella tua bellezza,

 il naso sovrano dell’aitante volto, 

voglio mangiare l’ombra fugace delle tue ciglia 

e affamato vado e vengo annusando il crepuscolo,

cercandoti, cercando il tuo cuore caldo

come un puma nella solitudine di Quitratúe.

 

Senza avvenire – Derniers poèmes d’amour – Paul Éluard

La donna placa collera e corpo nel “buio terribile”, rendendo immobile chi rifiuta il sogno per conoscere tutto. Erotismo surrealista di peso carneo e sollievo fisico, senza futuro: la sensibilità erotica è qui annullamento temporale, fusione che calma e impazzisce, privilegiando l’istante tattile contro l’avvenire.

 

La donna circuisce un piccolo uomo collerico
Che non vuole né dormire né sognare ma conoscere
E che rifiuta di morire senza amare tutto

Piccola donna paziente tu lo fai calmare
E impazzire secondo la volontà della tua carne

Pesi sul suo cuore e dai sollievo al suo corpo
Nel buio terribile lo rendi immobile
Egli vive senza avvenire.

 

IV – Hernandez – Il lampo che non cessa

Mi tirasti un limone, e tanto amaro,

con una mano calda, e tanto pura,

che non ne rovinò l’architettura

e l’amaro ne provai mio malgrado.

E con il colpo giallo, da un letargo

dolce passò a un’ansiosa calura

il mio sangue, con la morsicatura

della punta di un seno duro e lungo.

Però al guardarti e al vederti il sorriso

che ti produsse il limonoso fatto,

alieno alla vorace mia malizia,

mi si assopì il sangue nel vestito,

e divenne il poroso ed aureo petto

una pena abbagliante ed appuntita.

 

RITORNA – Konstantinos Kavafis – Poesie d’amore

Ritorna spesso e prendimi,

amata sensazione ritorna e prendimi –

quando si ridesta la memoria del corpo

e l’antico desiderio di nuovo si versa nel sangue:

quando le labbra e la pelle ricordano,

e le mani come se ancora toccassero.

Ritorna spesso e prendimi, la notte,

quando le labbra e la pelle ricordano…

 

Elegia – Federico García Lorca – Poesie d’amore

Come un incensiere ricolmo di voglie,

passi nella sera luminosa e chiara

con la carne oscura di nardo appassito

e sopra il tuo sguardo il sesso potente.

C’è nella tua bocca la malinconia

di purezza morta, e nella dionisiaca

coppa del tuo ventre il ragno che tesse

il velo infecondo che copre le viscere

mai giunte a fiorire della viva rosa

che è frutto di baci.

 

Con le bianche mani

porti la matassa delle tue illusioni,

morte ormai per sempre, e sulla tua anima

passione affamata di baci di fuoco

e il materno amore che sogna lontane

visioni di culla in quiete atmosfere,

filando le labbra ninnenanne azzurre.

Daresti con Ceres le tue spighe d’oro

toccasse il tuo corpo l’amore assopito,

e come la vergine Maria tu potessi

dare dal tuo seno un’altra Via Lattea.

Ma tu marcirai come la magnolia.

E non avrai baci sulle cosce ardenti.

Né avrà la tua chioma il tocco di dita

che la suoni come

le corde di un’arpa.

 

Oh donna possente d’ebano e di nardo!,

bianco il suo respiro come pastinaca.

Venere in mantiglia di Manila che sa

del vino di Malaga e della chitarra.

Oh quel cigno bruno!, sul cui lago stanno

loti di saette, e onde d’arancia

e schiume di rossi garofani che odorano

i nidi marciti sotto le sue ali.

 

Non sei fecondata. Martire andalusa,

i tuoi baci dovettero star sotto una pergola

colmi del silenzio che c’è nella notte

e del ritmo torbido dell’acqua stagnante.

Ma le tue occhiaie si vanno ampliando,

neri i tuoi capelli diventano argento;

scivola il tuo seno disperdendo aromi

e inizia a curvarsi la tua schiena eccelsa.

Oh donna slanciata, materna e rovente!

Vergine straziata, che vieni trafitta

da tutte le stelle del cielo profondo

dentro il tuo cuore senza più speranza.

 

Tu incarni lo specchio d’una Andalusia

che sopporta pene giganti, e tace,

passioni cullate con i suoi ventagli

e con le mantiglie che coprono gole

con i loro fremiti di sangue, di neve,

e di graffi rossi fatti dagli sguardi.

Passi per la nebbia d’Autunno, vergine

come Inés, Cecilia, e la dolce Clara,

proprio una baccante che avrebbe danzato

di pampani verdi e viti coronata.

 

La tristezza immensa che bagna i tuoi occhi

dice la tua vita spezzata e sconfitta,

la monotonia del tuo ambiente povero

stando alla finestra a veder chi passa,

udendo la pioggia sopra l’amarezza

che hanno quelle vecchie strade di provincia,

mentre in lontananza suonano i clamori

torbidi e confusi di uno scampanio.

Però invano ascoltasti le cadenze del vento.

Mai giunse alle tue orecchie la dolce serenata.

Al di là dei tuoi vetri guardi ancora anelante.

Che tristezza profonda avrai nella tua anima

sentendo dentro al petto ormai stanco ed esausto

passioni di bambina appena innamorata!

Andrà alla tomba il tuo corpo

intatto di emozioni.

E sulla terra oscura

risplenderà un’alba.

 

Dai tuoi occhi usciranno due sanguigni garofani

e dai tuoi seni, rose come la neve bianche.

Ma la tua gran tristezza se ne andrà con le stelle,

un’altra stella degna di ferirle e eclissarle.

 

Vladimir Majakovskij – Milioni di immensi amori puri

 

Marija!

Il poeta canta sonetti a Tiana,

ma io,

fatto di carne,

sono tutto uomo

e chiedo solo il corpo tuo,

come lo chiedono i cristiani:

«Dacci oggi

il nostro pane quotidiano».

Marija, dammelo!

Marija!

Il tuo nome ho paura di scordare,

come ha paura il poeta di scordare

quella parola

affiorata nei tormenti notturni,

pari alla divinità per onniscienza.

Il corpo tuo

voglio custodire, amare,

come un soldato

devastato dalla guerra

che inutile,

inservibile,

tutela l’unica gamba superstite.

Marija –

Non mi vuoi?

Non mi vuoi!

Fernando Pessoa – Le prose di Ricardo Reis

 

Godiamo, Lidia, piano,

Perché il fato non apprezza chi di mano

Gli strappa via il piacere.

Furtivi sottraiamo all’orto-mondo

I depredandi pomi.

Non svegliamo, dove dorme, l’erinni

Che frena ogni piacere.

Come un ruscello, muti passeggeri,

Godiamo di nascosto.

La sorte è invidiosa, Lidia. Ammutoliamo.

 

Rainer Maria Rilke – Poesie d’amore

 

Un giorno, al limitare del bosco,

uniti in solitudine

e festanti, come fiamme,

lo sentiamo: Tutto è Uno.

Saldi dentro il nostro abbraccio;

in mezzo a distese in ascolto

attraverso le morbide vesti

cresciamo come rami gemelli.

Il risveglio di un soffio di vento

culla l’oleandro in fiore:

vedi, ormai non siamo diversi da lui

e a quel soffio anche noi ci culliamo.

La mia anima avverte

che indugiamo alla porta.

Si sofferma e ti chiede:

Mi hai portata fin qui?

E ti affiora un sorriso

così lieto e felice

e subito proseguiamo nel cammino:

porte che si schiudono…

E svanisce per sempre ogni dubbio,

la nostra via non sarà più dolore,

sarà un lungo viale oltre tempo

del giorno trascorso.

Pedro Salinas Ragioni d’amore

Sarai, amore,

un lungo addio che non finisce?

Vivere, dal principio, è separarsi.

Già fin dal primo incontro

con la luce, e le labbra,

il cuore percepisce quell’angoscia

di dover esser cieco e solo un giorno.

Miracoloso ritardo, l’amore,

del suo termine stesso:

è prolungare il fatto magico,

che uno e uno siano due, di contro

alla prima condanna della vita.

Con i baci,

col dolore e col petto si conquistano,

in affannose zuffe, godimenti

che sembrano dei giochi,

o giorni, terre, spazi favolosi,

la grande disgiunzione che è in attesa,

sorella della morte o proprio morte.

Ogni bacio perfetto scosta il tempo,

lo getta indietro, amplia il mondo breve

dove ancora è possibile baciare.

Non ha il suo culmine l’amore

quando arriva o si trova:

ma nella resistenza a separarsi

dove si può sentire,

altissimo, nudo, tremante.

Né la separazione è quel momento

in cui le braccia, o voci,

con segni materiali si congedano.

È di prima, di dopo.

Se si stringono mani, se si abbraccia,

non è mai per dividersi,

ma perché l’anima alla cieca sente

che la forma possibile di stare

insieme è un lungo, e chiaro congedo.

E che è l’addio ciò che è più sicuro.

 

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