Inizio XX secolo. In un Portogallo scosso dal regicidio del 1908 e dalla nascita di una fragile Repubblica, Fernando Pessoa, con il suo passo svelto e il cappello a tesa larga, percorre ogni giorno le strade che collegano la Baixa al quartiere del Chiado, dove è impiegato, dedito alla corrispondenza commerciale.
Pessoa, in questo contesto, tenta di creare diverse anime per gestire l’angoscia di un’epoca frammentata. Eteronimi, non pseudonimi, con una propria data di nascita, una visione del mondo e un cuore capace di amare in modi opposti. Tra questi, la figura di Ricardo Reis emerge come “urgenza” di ordine e bellezza in un Portogallo che stava tremando.
Il momento in cui nasce Ricardo Reis
La genesi di Reis non è un calcolo a tavolino, ma un’epifania che Pessoa stesso descrisse con stupore:
«Verso il 1912 […] mi venne l’idea di scrivere qualche poesia d’indole pagana. Abbozzai qualcosa in versi irregolari (non nello stile Álvaro de Campos, ma in uno stile di media regolarità), e lasciai perdere. Si era abbozzato in me, tuttavia, in una mal tessuta penombra, un vago ritratto della persona che stava scrivendo quei versi. (Era nato, senza che lo sapessi, Ricardo Reis)».
Mentre Pessoa rimane fisicamente ancorato a Lisbona, spedisce Reis in un esilio immaginario in Brasile (che lui stesso non vedrà mai). Qui Reis diventa un medico monarchico incapace di accettare il disordine della modernità, e che rifugge spiritualmente all’antica Grecia e a Roma.
In questo viaggio immobile, diventa il custode della forma e del distacco stoico, contrapponendosi alla furia elettrica di Álvaro de Campos – futurista e sensuale – o alla semplicità bucolica di Alberto Caeiro, il maestro che amava le cose solo perché esistono.
L’amore di Pessoa per Ophelia e di Reis per Lidia
Ma poi arriva Ophélia e Pessoa è costretto a conoscere l’amore terreno, che filtra attraverso quelle lettere tenere e bizzarre che i due si scambiano di nascosto. Tuttavia, Pessoa è un prigioniero della sua stessa letteratura: arriva a scriverle messaggi firmati dai suoi eteronimi, distruggendo la possibilità di un legame convenzionale e sacrificando l’amore per Ophelia per nutrire i suoi “altri”.
In questo solco si inserisce il libro di Passigli Editori, Poesie d’amore di Ricardo Reis, che ci mostra come il poeta abbia sublimato il desiderio reale in un amore cristallizzato e filosofico.
Per Reis (ma forse anche per Pessoa stesso), l’amore non è passione, ma “atarassia”: l’assenza di turbamento. Se il dolore nasce dall’attaccamento, Reis decide di amare solo ciò che è fugace e astratto, invitando le sue muse a godere del momento, con la consapevolezza che tutto è destinato a finire.
Lídia, Neera e Cloé: Muse nelle poesie di Ricardo Reis
Nelle poesie di Pessoa, le figure femminili di Reis sono ombre poetiche ereditate direttamente da Orazio. Lídia, Neera e Cloé non sono donne in carne e ossa, ma topoi amorosi che servono per misurare lo scorrere del tempo.
Mentre in Orazio queste figure hanno una consistenza fisica (Lidia era la seduttrice pericolosa, Cloe la giovane acerba), per Reis Lídia è la destinataria prediletta, la compagna silenziosa a cui il poeta chiede di “sedersi sulla riva del fiume” per guardare l’acqua che passa, senza toccarsi, intrecciando corone di fiori che appassiranno entro sera.
Vieni con me a sederti, Lidia, in riva al fiume.
Serenamente osserviamone il corso ed impariamo
Come la vita passa, senza prenderci per mano.
(Intrecciamo le mani).
Cloé e Neera, invece, sono marchi di stile, evocazioni di una grazia antica che nobilita la solitudine del poeta.
Perché Reis non vuole possedere, vuole che queste donne siano i testimoni del suo distacco dal mondo.
José Saramago e Ricardo Reis: il fantasma di Lisbona
Questa costruzione identitaria è così potente che ha continuato a vivere oltre Pessoa.
Decenni dopo, José Saramago nel suo capolavoro L’anno della morte di Ricardo Reis, ha immaginato l’eteronimo tornare a Lisbona nel 1936, poco dopo la morte di Fernando Pessoa.
Nel romanzo, Reis cammina per le stesse strade di Pessoa, incontrando il fantasma del suo creatore: è la prova suprema che le invenzioni di Pessoa hanno acquisito una realtà storica e psicologica tale da sopravvivere alla carne.
Ed è forse la lezione di un uomo che, non riuscendo ad amare una donna nel mondo reale, ha costruito un intero universo mitico per poterla amare per l’eternità.
Godiamo, Lidia, piano,
Perché il fato non apprezza chi di mano
Gli strappa via il piacere.
Furtivi sottraiamo all’orto-mondo
I depredandi pomi.
Non svegliamo, dove dorme, l’erinni
Che frena ogni piacere.
Come un ruscello, muti passeggeri,
Godiamo di nascosto.
La sorte è invidiosa, Lidia. Ammutoliamo.
****
Già rimpiangendo la presente estate,
Lacrime verso per i suoi fiori
Nel ricordo retroverso
Del tempo che li perderò.
Varcati i cancelli irreparabili
Di ciascun anno, l’ombra mi preparo
In cui dovrò vagare, senza fiori,
Nel rumoroso abisso.
Colgo la rosa perché il fato comanda.
Pronta a marcire, la conservo; meco appassisca
Prima che con la diurna
Curva dell’ampia terra.
****
Voglio, Neera, che le tue labbra lavi
Nella fonte tranquilla
Perché contro la febbre e quel triste
Dolore in cui vivi,
Tu senta la natura fresca e calma
Dell’acqua, e riconosca
Che non hanno inquietudini né affanni
Le ninfe delle fonti
Né singhiozzi che non dell’acqua il suono
Allegro e naturale.
I nostri mali non vengono, Neera,
Da cause naturali,
Ma dall’anima e dal mesto fruire
Con gli uomini la vita.
Impara allora, giovane apprendista
Dai classici piaceri,
A non mettere più pena che un sorriso
Nel modo come vivi.
Sei nata pallida, versando l’acqua
Della vana bellezza
Sull’ottusa fede delle nostre mani
Trepide di un piacere
Prigioniero di quella incertezza
Che viene dal saperti,
Non per la mnesica infruttuosa
Del futuro fatale.
Tessiamo vivide ghirlande fatte
Di sole, risa e fiori
Che celino il fondo fedele alla Notte
Del nostro elucubrare
Curvo già in vita sotto l’idea
Del plutonico giogo
Consci anzi tempo della livida attesa
Del caos redivivo.
****
E presto arriva sempre, Cloe, l’inverno, e il dolore.
È sempre prematuro, sebbene sia
Normale, il raffreddarsi
Della passione avuta.
Non v’è sera che non muoia il giorno.
Non nasce amore o fede in noi che non
Per questo muoia, a meno
Di non credere né amare.
Ogni gesto che il nostro corpo abbozza
Contraddice il riposo precedente.
In questo orrendo stadio
Del tempo siamo eterni.
Di più l’arte di vivere conosce
Colui che, a usarla di continuo,
Ruba al tempo la vittoria
Delle sterzate brusche,
E imbrunendo come un giorno tropicale,
Fino alla fine inevitabile conduce
La stessa vita, e svelto
Si schianta nell’abisso.