Viaggio tra le più belle lettere d’amore del Novecento

Nell’intraprendere un viaggio sentimentale tra le pagine delle più belle lettere d’amore del Novecento ci si accorge presto che il sentimento non abita mai in un luogo dai confini certi. 

Nei carteggi tra Rilke e Lou, Pessoa e Ofélia, Neruda e Matilde o seguendo la scia distruttiva tra Verlaine e Arthur, scopriamo che il legame tra due persone può declinarsi in infinite e contraddittorie forme: può essere oscurità iniziatica e sapienziale, follia malinconica e disprezzo per la felicità ordinaria o la ferocia “maledetta” di una passione che si fa colpo di pistola.

In queste lettere, i confini della logica si accartocciano e noi lettori ci ritroviamo, come in una poesia di Neruda, ad essere vasai che, con la mano e la penna, cercano disperatamente di tratteggiare le linee di un amore che già per sua natura appare imponderabile.

Scrivere d’amore, in fondo, non è mai definirlo, ma tentare di dare una forma a un’emozione che sfugge a ogni classificazione, accettando che la verità più profonda risieda proprio in ciò che non si può spiegare.

L’amore tra Rilke e Lou

Tra le vette più alte della letteratura epistolare, un posto d’onore spetta al legame tra Rainer Maria Rilke e Lou Andreas-Salomé, un sodalizio che trasfigura la passione amorosa in una delle più feconde alleanze intellettuali del Novecento.

Per comprendere la portata di questo scambio, occorre però prima inquadrare i due protagonisti. Da un lato, Rainer Maria Rilke (1875-1926), boemo di nascita, considerato uno dei più grandi poeti di lingua tedesca, un “mistico della parola” la cui opera – dalle Elegie duinesi ai Sonetti a Orfeo – esplora i limiti dell’esistenza, del sacro e dell’interiorità. Dall’altro, Lou Andreas-Salomé (1861-1937), russa naturalizzata tedesca, fu una figura di una modernità dirompente: scrittrice, saggista e tra le prime donne a dedicarsi alla psicoanalisi, fu musa e interlocutrice paritaria dei più grandi geni del suo tempo, da Friedrich Nietzsche a Sigmund Freud.

Quando si incontrano nel 1897 a Monaco, Rilke è poco più di un ventenne, un poeta ancora in formazione e dalla sensibilità fragile; lei, trentaseienne già affermata e inserita nei circoli culturali europei, ne intuisce immediatamente il genio. Il loro rapporto si struttura inizialmente come una relazione asimmetrica: lui è il discepolo innamorato, lei la figura iniziatica che lo sprona a disciplinare la scrittura e a cercare una voce autentica. Sotto l’influenza di Lou, il poeta compie un atto simbolico decisivo: abbandona il nome di battesimo “René”, percepito come troppo delicato, per firmarsi “Rainer”, un nome più severo ed essenziale.

Il carteggio raccolto nel volume Da qualche parte nel profondo testimonia un amore che durerà fino alla morte di Rilke nel 1926. È un dialogo ininterrotto che, spogliando i protagonisti dai ruoli pubblici, lascia affiorare la forza e la fragilità di “due anime che non smisero mai di guardarsi negli occhi”. 

Lou osserva crescere il poeta e sente soffrire l’uomo, consapevole che Rilke non avrebbe mai messo radici nella quotidianità del mondo, ma solo nell’oscurità luminosa della propria dimensione interna.

Rilke a Lou

«Riesce a comprendere con quale ansia attendessi il pomeriggio di ieri? E certo avrei potuto esprimerLe tutto il mio pensiero proprio ieri; davanti a una tazza di tè non è poi così difficile scambiarsi qualche bella frase di sincera ammirazione. Ma proprio per questo non me la sono sentita.

In quell’ora al crepuscolo io ero solo con Lei e solo con Lei dovevo essere, in quel preciso istante in cui il mio cuore traboccava di gratitudine per quella consacrazione.

Per me è sempre così: se una persona deve ringraziare un’altra per qualcosa di molto prezioso, questa gratitudine deve rimanere un segreto tra i due.»

 

Lou a Rilke

«Riesci a comprendere quanto fossi sconvolta e spaventata quando vidi che tornavi a peggiorare e riconobbi lo spettro dell’antica malattia? Di nuovo una volontà bloccata e repentini sussulti nervosi[…] A poco a poco finii per deformarmi anch’io, caddi nel tormento, sopraffatta dalla fatica, camminavo accanto a te come un automa, meccanicamente, ormai del tutto incapace di vero calore umano nei tuoi confronti, in pieno esaurimento nervoso! Sempre più spesso, alla fine, ti spingevo via da me – e se anche poi tornavo sempre al tuo fianco, era solo perché pensavo a quelle parole dette da Zemek. Io lo sentivo: saresti guarito solo se fossi riuscito a resistere! Ma poi avvenne qualcos’altro, come il sopraggiungere di una tragica colpa nei tuoi confronti: il fatto che io, nonostante la nostra differenza d’età, dopo Wolfrats-hausen dovevo continuare a crescere, dovevo crescere e crescere ancora fino a entrare – te lo dissi con tanta allegria quando ci salutammo e suona così strano – fino a entrare nella mia giovinezza. Perché solo adesso posso dire di essere giovane, solo ora posso essere ciò che le altre diventano a diciotto anni: totalmente me stessa.»

 

Lettere d’amore tra Pessoa e Ofelia

Se la corrispondenza tra Rilke e la Salomé è un’ascesa verso le vette dello spirito, il legame tra Fernando Pessoa (1888-1935) e Ofélia Queiroz (1900-1991) rappresenta il labirinto di un amore sospeso tra l’ordinario e l’assurdo. Le loro lettere, scritte tra il 1919 e il 1935 e raccolte da Passigli Editore, documentano l’unico, tormentato rapporto sentimentale del grande poeta portoghese. 

Sullo sfondo di una Lisbona anni Venti, malinconica e pervasa da un’atmosfera atlantica, si consuma il corteggiamento tra il timido impiegato commerciale e la giovane dattilografa: un amore fatto di appuntamenti mancati, tenerezza quotidiana e una distanza incolmabile scavata dalla letteratura.

Per chi non li conoscesse, Pessoa è il gigante della letteratura lusitana, un uomo che ha moltiplicato se stesso in decine di “eteronimi” (personalità letterarie con biografie e stili distinti), mentre Ofélia è una ragazza solare, dotata di una pazienza quasi eroica di fronte alle stranezze del suo “Bebé”. 

Come sottolinea Paolo Collo nella prefazione al volume, sorge spontaneo chiedersi quale Pessoa avesse di fronte Ofélia mentre scriveva: lei è una giovane donna innamorata e ben riconoscibile; lui, invece, è già una folla, in cui agisce Álvaro de Campos, l’eteronimo futurista che da vero sabotatore deride il sentimento di Fernando.

L’eteronimia è per Pessoa un sollievo ma anche una condanna, un muro che impedisce la fusione dei due cuori. Questo conflitto emerge con tragica lucidità nella bellissima lettera del 29 novembre 1920, che segna il loro primo addio (il carteggio riprenderà infatti solo nove anni più tardi):

«Il Tempo, che invecchia volti e capelli, invecchia anche, ma ancora più in fretta, gli affetti più coinvolgenti. La maggior parte delle persone, perché è stupida, non se ne rende conto, e crede di continuare ad amare perché ha l’abitudine di sentire se stessa che ama. Se così non fosse, al mondo non ci sarebbero persone felici.»

In questo passaggio, Pessoa spoglia l’amore di ogni illusione romantica, preferendo la verità spietata della sua solitudine artistica alla “stupidità” della felicità comune. La raccolta rivela così un uomo che, pur amando sinceramente la sua “Ophélinha”, scelse di abitare il mondo dei sogni e della finzione, lasciandola spettatrice di un dramma identitario in cui l’opera letteraria doveva, per necessità, restare l’unico centro di gravità permanente.

Ofélia a Fernando

Sto respingendo un giovane che mi adora, che mi farebbe felice e di cui ben conosco le intenzioni, e so cosa vorrebbe realizzare con me.

E ora mi dica francamente, io so qualcosa di Fernandinho? Mi ha parlato qualche volta delle sue idee, di cosa vorrebbe realizzare con me? No, non so nulla, so solo che l’amo e null’altro, ma questo non è sufficiente.

Fernando a Ofélia

Perché non è sincera con me? Che gusto ci prova a far soffrire chi non le ha fatto del male – né a lei, né a nessuno –, chi sente il peso e il dolore di una vita isolata e triste, e non ha bisogno che la si peggiori creando false speranze, mostrando finti affetti, e a che pro, anche se per divertimento, e a quale scopo.

Riconosco che tutto ciò è comico, e che l’aspetto più comico sono io. Io stesso troverei la cosa divertente, se non l’amassi così tanto, e se avessi tempo per pensare ad altro e non alla sofferenza che prova piacere a causarmi senza che io me lo meriti, se non per il fatto di amarla, e ritengo che il fatto di amarla sia una ragione sufficiente per meritarmelo. Insomma…

 

Con Capri sullo sfondo, l’amore di Neruda e Matilde

Il legame tra Pablo Neruda (1904-1973), il “poeta elementare” cileno e voce civile del Novecento, e Matilde Urrutia, soprano dalla forte personalità artistica, rappresenta una delle storie d’amore più tenaci e clandestine della letteratura. Dopo un fugace colpo di fulmine nel 1946 a Santiago, il destino li ricongiunge in Messico pochi anni dopo: Neruda è malato di tromboflebite e Matilde, trasformandosi nella sua infermiera, ne cura il corpo e lo spirito, sigillando una promessa di unione che non si spezzerà più. Per anni la loro relazione deve però restare nell’ombra, poiché il poeta è ancora legato a Delia del Carril; le loro lettere (1949-1973) diventano così il diario di un amore rubato tra congressi politici e capitali europee, trovando il proprio “paradiso” nell’esilio dorato di Capri. 

È proprio tra gli scogli e la sabbia che sboccia la raccolta I versi del Capitano, pubblicata anonima a Napoli nel 1952 per non ferire pubblicamente la moglie ufficiale. Come ricorda Giuseppe Bellini, l’opera fu inizialmente snobbata dalla critica come “poesia privata”, ma nasconde in realtà il Neruda più alto, capace di fondere l’irruenza della passione con la delicatezza del quotidiano. 

Matilde non è solo l’amante clandestina, ma la musa che incarna la resistenza del poeta, colei a cui dedica versi come: 

“Amor mio, nell’ora / più oscura sgrana / il tuo sorriso […] ridi, perché il tuo riso / sarà per le mie mani / come una spada fresca”. 

Solo nel 1962, ormai uniti ufficialmente, Neruda rivendicherà la paternità di quei canti, consegnando definitivamente la loro storia alla memoria universale.

 

Il vasaio

Tutto il tuo corpo ha
coppa o dolcezza destinata a me.

Quando ascendo la mano
trovo in ogni luogo la colomba
che mi cercava, come
se ti avessero, amore, fatta d’argilla
per le mie mani di vasaio.

Le tue ginocchia, i tuoi seni,
la tua cintura
mancano in me come nel vuoto
di una terra assetata
da cui staccarono
una forma,
e uniti,
siamo completi come un solo fiume,
come una sola arena.

Amore come abisso, la storia di Verlaine e Arthur

Se le storie di Rilke e Neruda hanno toccato le vette dell’ascesi o della devozione, quella tra Paul Verlaine (1844-1896) e il giovanissimo Arthur Rimbaud (1854-1891) ne rappresenta l’abisso più oscuro e “maledetto”. 

È una parabola brevissima e devastante (1871-1873) che consuma la Parigi dei cenacoli letterari e le strade nebbiose di Londra e Bruxelles tra assenzio, miseria e genialità pura. Quando Verlaine, poeta già affermato e padre di famiglia, riceve i versi del sedicenne Rimbaud, ne rimane folgorato: invita il “giovane demone” a Parigi e se ne innamora perdutamente, trascinandolo in un vagabondaggio scandaloso che sfida ogni convenzione borghese. 

Il loro è un legame tossico, scandito da risse, minacce col coltello e una precarietà esistenziale che però alimenta una rivoluzione poetica senza precedenti: è proprio in questi anni di furia che Rimbaud forgia la sua lingua visionaria.

L’epilogo, drammatico e definitivo, avviene nel luglio 1873 in un albergo di Bruxelles: in un accesso di disperazione ubriaca davanti al tentativo di Arthur di abbandonarlo, Verlaine spara ferendolo a un polso. 

Il colpo di pistola segna la fine della loro storia e l’inizio del carcere per Verlaine, ma anche l’addio definitivo alla letteratura per Rimbaud, “l’uomo dalle suole di vento” che sparirà in Africa lasciando dietro di sé solo il mito. 

Come emerge dalla raccolta “Arthur Rimbaud. Tutti gli scritti”, a cura di Maurizio Ferrara, sarà proprio Verlaine, negli anni successivi, a farsi custode e promotore della grandezza di Arthur, sancendo la nascita della poesia moderna dalle ceneri di una passione che fu, insieme, condanna ed estasi.

 

Breve, ma buona.

D’altronde un puro preludio.

Ecco. Nel luglio 1873, a Bruxelles, a causa di un litigio in strada, con la conseguenza di due colpi di rivoltella il primo dei quali aveva ferito senza gravità uno degli interlocutori e su cui costoro, due amici, avevano chiuso un occhio, in virtù di un perdono chiesto e concesso non appena accaduta la cosa – quello che aveva fatto il gesto così deplorevole, d’altronde in preda all’assenzio prima e dopo, disse una frase talmente energica e frugò nella tasca destra della giacca dove per sfortuna si trovava l’arma ancora carica di quattro pallottole e priva di sicura – e lo fece in modo talmente significativo che l’altro, colto dalla paura, fuggì a gambe levate lungo la vasta carreggiata (di Hall, se ho buona memoria), inseguito dal forsennato, tra lo sbalordimento dei puoni pelci che trascinavano la loro flemma pomeridiana sotto un sole accanito.

[…]

Di tutta l’opera in versi di Rimbaud, opera di cui mi compiaccio, nella tristezza della morte precoce di quel poeta unico, di avere inaugurato in qualche modo la gloria – credo che si possa, con me, preferire Il battello ebbro.

Simbolico o no (di sicuro non simbolista), questo componimento magistrale vi conquista con la sua assoluta bellezza formale e vi piega sotto la sua originalità onnipossente. È in gioco l’anima dell’uomo o la libera

fantasia del poeta, ma che importa?

Mentre scendevo lungo Fiumi impassibili,

Non mi sentii più guidato dagli alatori:

Pellerossa urlanti li avevano presi a bersaglio,

Dopo averli inchiodati nudi a pali colorati…

 

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