Konstantinos Kavafis: tra passato ellenico e modernità coloniale
Konstantinos Petrou Kavafis nacque ad Alessandria d’Egitto e morì nello stesso giorno, settant’anni dopo, come se la vita avesse voluto chiudere su di lui il suo cerchio perfetto. Fu un greco d’oriente, cresciuto tra l’eco del mare e la polvere dei secoli. Giornalista per necessità e poeta per vocazione, trascorse gran parte della sua esistenza in una città sospesa tra passato ellenico e modernità coloniale, dove Oriente e Occidente si guardavano negli occhi con diffidenza e desiderio.
Da ragazzo visse in Inghilterra e in Costantinopoli, in bilico tra lingue e culture. Tornò infine ad Alessandria, dove lavorò per trent’anni come impiegato ai Lavori Pubblici: mestiere metodico e silenzioso, che gli lasciava tuttavia spazio per il suo vero lavoro: la poesia.
Kavafis, Poesie: il tormento dell’anima che si fa corpo
Nelle poesie di Kavafis convivono tre anime: quella storica, che ridà voce agli eroi dimenticati dell’Ellenismo; quella filosofica, che medita sul tempo, sulla memoria e sull’attesa; quella edonistica, che canta l’amore e la carne con antico pudore.
Quest’ultima è però vissuta come un tormento fisico, proibito, incompiuto, efebico, una ricerca di conoscenza, dove la sensualità diventa memoria, e la memoria diventa arte.
Per Forster, che lo definì “un gentiluomo greco con un cappello di paglia, fermo a un angolo dell’universo”, Kavafis era l’osservatore dell’umanità, e con essa le sue illusioni politiche, le sue disfatte, la sua fame d’eternità. Con lui il viaggio di Ulisse si trasforma in una parabola del vivere, dove il traguardo non è l’isola, ma il cammino stesso, pieno di soste, di pericoli, di meraviglia.
Morì nel 1933. Le sue 154 poesie restano tra le più alte testimonianze della poetica greca moderna.
Una poesia che nasce dal silenzio e vi ritorna, sospesa tra il corpo e l’anima, tra l’eros e l’eternità, dove il desiderio è rivelazione dell’anima, è l’essere umano: fragile, sensuale, nostalgico, eternamente in cerca di bellezza.
DESIDERI
Come splendidi corpi di morti non colti da vecchiaia
racchiusi, tra le lacrime, in fulgidi mausolei,
adorni di rose il capo, di gelsomini i piedi –
così appaiono i desideri ormai svaniti
che nessuno esaudì: neppure uno che avesse
una notte di voluttà o un’alba luminosa.
RITORNA
Ritorna spesso e prendimi,
amata sensazione ritorna e prendimi –
quando si ridesta la memoria del corpo
e l’antico desiderio di nuovo si versa nel sangue:
quando le labbra e la pelle ricordano,
e le mani come se ancora toccassero.
Ritorna spesso e prendimi, la notte,
quando le labbra e la pelle ricordano…
CANDELABRO
Nella stanza vuota e piccola, solo quattro muri,
ricoperti di verdi tendaggi,
un magnifico candelabro arde e divampa:
brucia in ogni sua fiamma
una lasciva passione, un impeto voluttuoso.
Nella piccola stanza, che risplende illuminata
dal vivido fuoco del candelabro,
quella luce diffusa non è affatto consueta.
Non è per corpi fragili e vili
la voluttà di quell’ardore.
DI SERA
In ogni caso non sarebbe durato a lungo. L’esperienza
degli anni me lo dimostra. Ma troppo brusco,
troppo frettoloso l’arresto del Destino.
Breve è stata la bella vita.
Ma quanto intensi erano i profumi,
meravigliosi i letti sui quali ci abbandonammo,
quanta la voluttà che avvolse i nostri corpi.
E un’eco dei giorni di voluttà,
un ricordo di quei giorni mi raggiunse,
come il fuoco di un incendio che divorò la nostra giovinezza;
e ripresi tra le mani una lettera,
e la lessi di nuovo e di nuovo, finché mancò la luce.
E andai fuori, triste, sul balcone –
uscii per cambiare pensieri, almeno
guardando un po’ della città amata,
un po’ di movimento della strada e delle botteghe.
AL TAVOLO ACCANTO
Avrà appena ventidue anni.
Eppure quasi altrettanti anni fa
sono sicuro d’aver goduto quel corpo.
E non è vaneggiamento erotico.
Solo da poco sono entrato nel caffè,
neanche il tempo di bere molto.
Quel corpo l’ho goduto.
Anche se non ricordo dove – una dimenticanza da poco.
Ma adesso, ecco, che si è seduto al tavolo accanto
riconosco ogni gesto – e sotto i vestiti
ricordo nudo il corpo amato.