1933. Sulle pagine del prestigioso settimanale illustrato Marianne, Colette pubblica a puntate La gatta. A prima vista sembra un romanzo sulla gelosia, eppure man mano che si prosegue nella lettura delle sue pagine si intuisce che sotto c’è molto di più: pulsioni, psicologie fragili e piccoli abissi interiori.
Non è un caso che persino Roberto Rossellini, maestro nel cogliere le tensioni umane, la scelga per il film I sette peccati capitali, il romanzo di Colette, per dare forma al suo episodio “Invidia”.

Roberto Rossellini con la gatta “Saha”, durante le riprese del film I sette peccati capitali, episodio “Invidia”, ripreso dal romanzo di Colette
Di che parla il romanzo “La Gatta” di Colette?
Siamo nella villa di Alain, a Neuilly, in una di quelle dimore eleganti dove tutto profuma di privilegio. Alain è il classico figlio unico ben protetto, viziato, più sensibile alle rose del suo giardino che alle persone. L’unico vero legame della sua vita è con Saha, una certosina dal pelo argenteo: è la sua confidente, la sua eco emotiva e il suo legame con il passato che lui ama.
Ma poi arriva il matrimonio e… Camille, una brillante, moderna, frizzante ragazza che pensa di aver sposato un uomo e che si ritrova invece intrappolata in un triangolo amoroso e domestico… con una gatta. Le cose peggiorano subito dopo le celebrazioni, quando la coppia va a vivere nel piccolo appartamento parigino. Alain avverte subito la nostalgia dei bei saloni ovattati di Neuilly e approfitta della malattia della gatta per portarla nel nido nuziale. La convivenza prende così una curva pericolosa.
Tra Camille e Saha inizia una guerra di sguardi, ripicche e un’antipatia che aumenta come il caldo di luglio: lentamente e in modo inevitabile.
Poi succede qualcosa. Una sera… ma non diremo altro.
Il vero piacere sta nell’arrivare a quel punto con la consapevolezza, quasi fisica, che tensione non può restare a lungo senza esplodere. Ritorniamo, allora, ad approfondire i rimandi psicologici del romanzo.
Colette: una scrittrice dai mille rimandi psicologici
Saha è una gatta, è vero, e questo potrebbe scardinare quella impalcatura fatta di invidia e gelosia per una rivale in amore.
Ma ne La gatta di Colette la gelosia è solo il punto di partenza: o meglio è il motore di una storia che parla di desideri taciuti e di fragilità emotive. La stessa Saha non è un semplice animale domestico: rappresenta il rifugio infantile da cui Alain non riesce a separarsi. Ed è questo attaccamento profondo, e il suo significato, a creare una tensione che allontana i personaggi.
Al centro del romanzo c’è il conflitto interiore di Alain che da un lato ha bisogno di Saha, ovvero del suo passato fatto di protezione e abitudini immutabili; dall’altro, vuole e deve rapportarsi con Camille, che lo spinge verso una vita adulta, che lui percepisce come fredda e distante.

Analisi del ruolo simbolico del gatto Saha nel romanzo di Colette
In questo equilibrio instabile, Saha è una sorta di figura materna: indipendente, silenziosa, accogliente che si contrappone all’indipendenza femminile di Camille. Ma Saha non è soltanto un rifugio emotivo. Colette le dona un’aura quasi sensuale, da creatura magnetica e misteriosa, un “demone color della perla” che entra a pieno titolo nella dinamica del triangolo. Non come amante, ovviamente, ma come rivale.
Una presenza accende la gelosia di Camille, proprio per via di quell’attaccamento non all’animale ma di quello che rappresenta, tanto da far vibrare la tensione nelle pareti.
Alla fine, e qui Colette sembra volerci dare un ultimo spunto di riflessione, tra i due novelli sposi, l’animale si rivela più leale, più puro e perfino più “umano” degli esseri umani che lo circondano.