Sinossi
Eugenio Montale definiva Konstantinos Kavafis «un vero alessandrino, nello spirito e nella carne», e ne indicava la ‘genialità’ proprio nella consapevolezza del poeta neogreco «che l’Ellade di allora corrispondeva all’homo europaeus di oggi».
In questo modo il grande poeta italiano rispondeva a quei critici – e non furono pochi, all’inizio – che avevano rimproverato a Kavafis una presunta mancanza di ‘originalità’, senza saper vedere come invece la sua poesia fosse riuscita nell’impresa di «immergerci in quel mondo come se fosse il nostro»: e un’immersione in profondità, come solo la grande poesie riesce a fare.
Sono considerazioni, queste, che valgono anche per le poesie d’amore di Kavafis, quelle poesie cioè – come scrive Tito Sangiglio nella prefazione a questa raccolta – hanno il loro centro in una rievocazione dei sensi, nella rivisitazione poetica di incontri amorosi avvenuti o anche solamente vagheggiati.
Poesie di straordinaria intensità e di non meno potente tensione erotica, dove però neppure l’erotismo può rinunciare all’eleganza, alla «compiutezza della classicità nelle sue vibrazioni ove i giovani e gli efebi, le descrizioni e gli stati d’animo, le sensazioni e gli accenni ‘erotici’ non sono tanto fisici, corporali, quanto interiori, ‘spirituali’».
Ritorna
Ritorna spesso e prendimi,
amata sensazione ritorna e prendimi –
quando si ridesta la memoria del corpo
e l’antico desiderio di nuovo si versa nel sangue:
quando le labbra e la pelle ricordano,
e le mani come se ancora toccassero.
Ritorna spesso e prendimi, la notte,
quando le labbra e la pelle ricordano…






