Un libro fantapolitico sulle vulnerabilità degli Stati Uniti
In un’epoca in cui le democrazie sembrano sempre più fragili e la retorica populista si fa strada anche nei paesi più insospettabili, torna in libreria un classico della letteratura americana che sembra scritto per il nostro presente: Da noi non può succedere, romanzo fantapolitico dello scrittore Sinclair Lewis, pubblicato nella collana Passigli Narrativa.
Scritto nel 1935 e pubblicato nel 1936, il libro racconta l’ascesa al potere di un leader autoritario negli Stati Uniti, in un contesto di crisi economica e sociale.
Come scrive l’editore, Stefano Passigli, nella nota alla nuova edizione: “Questo romanzo di Sinclair Lewis ci dice dunque che la fine delle democrazie non è solo un fenomeno del passato, ma un evento sempre possibile che solo il nostro impegno può contrastare e impedire”.
Vediamo insieme di che si tratta!
Il contesto del romanzo fantapolitico di Lewis: tra crisi e illusioni
Quando Sinclair Lewis scrive questo romanzo, durante la “Grande Depressione”, l’Europa è già attraversata dai venti del totalitarismo.
Ad esempio, Hitler era da poco salito al potere in Germania, Mussolini governava da anni l’Italia, la Spagna è sull’orlo della guerra civile e, in Unione Sovietica, la morsa di Stalin si era già ampiamente stretta, soffocando le libertà.
Negli Stati Uniti, invece, per quanto fosse presente un movimento filonazista, si respirava ancora un senso di distanza e, a tratti, di superiorità: era diffusa l’idea che la democrazia americana fosse immune da reali derive autoritarie.
Lewis, primo scrittore americano a vincere il Premio Nobel per la Letteratura (nel 1930), decise allora di sfidare questa convinzione.
E di farlo apertamente, provocatoriamente, brillantemente.
Questo romanzo fantapolitico è una grande narrazione sulla fragilità della democrazia e, allo stesso tempo, una previsione allarmante, sinistra, di come il fascismo, mascherato da populismo, possa prendere piede anche negli Stati Uniti.
Il suo intento è chiaro: dimostrare che nessuna società è al riparo dal rischio dell’autoritarismo, nemmeno quella che si considera la culla della libertà.
Buzz Windrip: il volto americano dell’autoritarismo
Il singolare protagonista del romanzo è Berzelius (Buzz) Windrip, un senatore francamente demagogo, ostile alla stampa e agli intellettuali, spregiudicato nella comunicazione ed essenzialmente antidemocratico.
Un personaggio che, alla testa della Lega degli Uomini Dimenticati, combinando abilmente un altisonante retorica anti-establishment e un esasperato vittimismo politico, svolge una campagna elettorale martellante, viene prima sottovalutato e poi osannato, e infine conquista la presidenza con promesse di ordine, prosperità e patriottismo.
I Punti fondamentale delle proposte vertono sull’antisindacalismo, l’anticomunismo, la massima fiducia nel libero mercato (“questa Lega e il Partito garantiranno in eterno le iniziative private e il diritto alla proprietà privata”, si legge nel I Quindici Punti della Vittoria degli Uomini Dimenticati) o, ancora, l’antifemminismo.
Si legge nel suo programma:
Tutte le donne attualmente al lavoro – a parte quelle impegnate nei settori peculiarmente femminili, come le infermiere e le estetiste – dovranno quanto più velocemente possibile essere aiutate a tornare al loro sacro dovere di donne di casa e di madri di forti, retti futuri cittadini della Federazione.
Windrip promette di ripristinare la prosperità e la potenza degli Stati Uniti – che descrive come un paese sull’orlo del collasso, minato dalle politiche progressiste democratiche e minacciato da un’incipiente degenerazione morale.
Si scaglia poi contro le istituzioni più forti, a volte in modo del tutto strumentale, e addirittura sostiene di voler garantire a ogni cittadino statunitense 5.000 dollari all’anno (una cifra ingente, negli anni Trenta).
Nel libro, soprattutto seguendo le azioni del giornalista e direttore di giornale Doremus Jessup, Lewis mostra ai lettori, e a più riprese, l’incapacità della società statunitense, anche nelle sue punte più avanzate, di guardare la realtà, di prendere atto del pericolo.
Non per caso Windrip, per quanto franco nelle sue intenzioni, viene all’inizio ignorato, poi sminuito e sottovalutato, quindi osservato con interesse, accettato come il male minore e infine legittimato come il portatore di soluzioni forti, necessarie e temporanee, nella convinzione che la democrazia americana sia abbastanza solida, tutto sommato, da non snaturarsi sul lungo periodo.
It Can’t Happen Here – Da noi non può succedere, in italiano – è l’infelice ed emblematica battuta che, oltre a dare il titolo al volume, rappresenta una postura diffusa, una sorta di posa collettiva, un modo irriflesso di negare l’evidenza: la torsione della democrazia negli Stati Uniti, dall’interno e in presa diretta.
L’avvento del fascismo nella democrazia contemporanea di più vecchia data.
Un romanzo dai tratti fantapolitici, ma non troppo
Windrip non è un tiranno straniero, ma un prodotto della società americana. È il risultato di paure, frustrazioni e fascinazioni collettive; dell’indebolimento degli anticorpi democratici e dell’illusione che la democrazia, per sopravvivere, non vada puntellata, né sostenuta.
Ad un certo punto del romanzo, R.C. Crowley, un importante e influente banchiere, confessa a Doremus Jessup che, in fondo, un esperimento fascista negli USA, a suo giudizio, non solo è possibile ma anche auspicabile. Si legge:
Non mi fanno piacere tutti quei continui, irresponsabili attacchi a noi banchieri. Certo, il senatore Windrip deve fingere pubblicamente che striglierà le banche, ma quando sarà al potere darà alle banche l’importanza che debbono avere e ascolterà i nostri consigli finanziari. Sì!
E ancora:
Perché hai tanta paura della parola ‘“fascismo’” Doremus? È solo una parola… solo una parola! La sostanza, poi, non è così cattiva, con tutti quei vagabondi, straccioni mendicanti di oggi che campano con le mie tasse sul reddito e con le tue… non sarebbe così male un vero Uomo Forte come Hitler o Mussolini… come Napoleone o Bismarck ai bei vecchi tempi… e dargli davvero la possibilità di governare il Paese e di renderlo di nuovo efficiente e prospero. In altre parole, ci vuole un medico che non accetti risposte insolenti, ma che rimetta in salute il malato, che lo voglia o no.
Il successo del demagogo si fonda su una narrazione che individua continuamente nemici interni da combattere – intellettuali, giornalisti, minoranze – e sulla capacità di assecondare e premiare l’atteggiamento cinico, distaccato e anti-empatico da lui stesso creato, cavalcato e alimentato.
Lewis costruisce così un personaggio inquietante e accattivante nella sua verosimiglianza.
→ Leggi anche: Libri sul Fascismo: la sfida degli intellettuali nel 1925
Il libro di un grande scrittore americano
Da noi non non può succedere si inserisce in un filone narrativo affascinante: la fantapolitica.
Appartiene a quella categoria di opere – spesso scritte con grande maestria – che si sviluppano in un futuro prossimo o in uno scenario ucronico, dove la linea del tempo ha preso una direzione alternativa.
Questi testi non si limitano a immaginare l’impossibile, ma hanno l’ambizione di esplorare le dinamiche del potere, le tensioni sociali e le evoluzioni istituzionali attraverso una lente ipotetica, pur mantenendo un saldo ancoraggio alla realtà.
La fantapolitica, infatti, non è mera evasione: è piuttosto una forma di speculazione narrativa che, partendo da dati concreti e da tendenze attuali, costruisce scenari plausibili e talvolta inquietanti.
In questo senso il libro di Lewis – la cui narrazione si colloca nell’ambito della campagna elettorale del 1936, che in realtà fu vinta dal democratico Franklin Delano Roosevelt – rientra perfettamente nel solco di opere che usano abilmente la finzione per mettere in discussione certezze consolidate e far riflettere sul futuro della democrazia, del potere e della società.
Del resto il “villain” della storia, il senatore Windrip, una volta al potere non perde tempo e trasforma la federazione in una dittatura: dichiara lo stato di emergenza, abolisce il Congresso, reprime la stampa, istituisce una milizia paramilitare (sul modello delle SS hitleriane) e perseguita legalmente ogni forma di dissenso.
Da noi non può succedere è un esempio perfetto di romanzo di fantapolitica con un tipo di narrativa che si sviluppa in futuro possibile, seppur diverso dalla reale traiettoria storica degli anni Trenta.
Non ci sono tecnologie futuristiche o società alienanti: c’è solo una democrazia che smette di funzionare, con la normalizzazione dell’eccezione.
Un libro (anche) per il nostro tempo
Da noi non può succedere è un vero e proprio specchio critico del nostro presente.
Leggerlo significa confrontarsi con una narrazione che, pur ambientata negli anni Trenta, parla direttamente al nostro tempo.
Lewis non scrive per spaventare o invitare alla rassegnazione, ma riesce a rendere più consapevoli i propri lettori e le proprie lettrici – anche quelli di oggi, anche i contemporanei – sul fatto che la democrazia possa essere svuotata dall’interno senza che la maggior parte della cittadinanza se ne accorga, o proprio perché quest’ultima preferisce non accorgersene.
Sinclair Lewis ci invita così a riflettere su quanto sia sottile il confine tra libertà e autoritarismo, con una trama avvincente e scenari particolareggiati.
Un romanzo consigliato a chi ama la narrativa fantapolitica, o anche distopica, ma anche a chi è interessato alla storia politica, alla sociologia del potere, e alla filosofia della democrazia.
Il libro offre spunti preziosi anche per chi si occupa di comunicazione, media e propaganda: mostra come il linguaggio possa essere manipolato, la paura utilizzata a fini politici, e come la verità finisca per essere facilmente distorta.
Non si tratta, del resto, di un tema relativo solo agli Stati Uniti: le dinamiche descritte possono manifestarsi ovunque, anche in Europa, anche in Italia.
→ Leggi anche: Teorie politiche nell’Italia del ‘900
Un romanzo fantapolitico nel catalogo Passigli
Tirando le somme, il romanzo di Lewis è un testo preveggente e scioccante che mostra la forza della migliore narrativa americana e che oggi pare essere forse ancora più attuale di allora, non solo per gli Stati Uniti, ma per l’intero Occidente.
Del resto, la nuova edizione di Passigli Editori, arricchita da una prefazione dell’editorialista e del «Corriere della Sera» Federico Rampini, fa subito pensare – anche solo per approssimazione – alle ombre che si addensano sugli Stati Uniti di Donald Trump; nei cui tratti e nella cui politica si possono ravvisare non pochi elementi che ricordano pericolosamente il presidente dittatore descritto nel romanzo.
Il libro ci ricorda che la democrazia non è un dato acquisito, ma un processo fragile, che richiede partecipazione, consapevolezza e responsabilità.
E lo fa con uno straordinario intreccio narrativo, arricchito dalla penna tagliente dell’autore: abilissima nel descrivere contesti, vicende, personaggi differenti.
È, insomma, un classico che non ha perso la sua forza evocativa.