Chi è davvero Vitaliano Brancati? Rispondere a questa domanda, inserendo solo le date di nascita e morte, non sarebbe esaustivo, perché Brancati, con la sua penna, ci regala figure memorabili – ipocrite e vuote, seppur vive – e una Sicilia cha fa da specchio impietoso e affascinante dell’Italia intera.
Brancati: lo scrittore che ha svelato le ipocrisie del suo tempo
Nasce a Pachino, e dopo gli studi a Modica e Catania, approda a Roma con in tasca una laurea su Federico De Roberto e tanta voglia di raccontare.
Tuttavia, la capitale lo cambia profondamente. Se inizialmente scrive opere allineate al regime fascista, l’incontro con intellettuali come Moravia e Alvaro gli permette di guardare il mondo con occhi più critici, più affilati.
Ciò che osserva, e di cui scrive, è concreto e organico: non ci sono astratte riflessioni filosofiche, ma un universo narrativo dove ogni personaggio, ogni situazione, ogni dialogo serve a smascherare le ipocrisie del tempo.
Un osservatorio privilegiato – la sua Sicilia – da dove contempla e giudica gli uomini che lo circondano, attraverso una satira implacabile, che colpisce tanto la politica quanto la vita provinciale.
E Brancati non fa sconti a nessuno: i suoi personaggi sono prepotenti che si credono padroni del mondo ma si rivelano pateticamente fragili, oppressori che alla fine vengono smascherati dalla loro stessa vanità.
La sua Sicilia non è più solo la terra dei Malavoglia o dei personaggi pirandelliani in cerca d’autore. È un microcosmo dove si specchia l’Italia intera, dove i piccoli fascisti di provincia diventano simboli universali di tutti i tiranni della storia.
I fascisti invecchiano & “Le due dittature”
Tra il 1945 e il 1946, mentre il Paese si risveglia dal lungo sonno del fascismo, Brancati pubblica uno dei suoi libri più coraggiosi: I fascisti invecchiano.
Non è solo un titolo, ma una dichiarazione di intenti. Nei racconti (anzi, nei elzeviri) che compongono quest’opera, lo scrittore guarda dritto negli occhi i suoi contemporanei – quelli che hanno sfilato in camicia nera e che hanno acclamato il Duce – e li ritrae ora improvvisamente invecchiati e disillusi, costretti a fare i conti con la storia e con le proprie responsabilità.
Non c’è sarcasmo gratuito verso chi ha sbagliato, qui i protagonisti non sono né eroi né carnefici: sono uomini comuni, trascinati dalla retorica di regime, e ora costretti a fare i conti con il vuoto lasciato dalle illusioni perdute. Non inventa personaggi astratti: Brancati dà forma letteraria a tipi umani che ha conosciuto, osservato e studiato. I suoi “vanagloriosi seduttori” sono ritratti di un’umanità che ha confuso la retorica con la realtà e le parate con la sostanza.
Brancati assume il compito di mettere a nudo le contraddizioni di un popolo che non ha mai davvero fatto i conti con il fascismo, e che continua a rifugiarsi nei suoi vizi peggiori: la delazione, la nostalgia per l’“ordine”, la ricerca del cosiddetto “uomo forte”, l’eterna convinzione – tanto paradossale quanto tenace – che “si stava meglio quando si stava peggio”.
A completare questa edizione della Passigli Editori c’è il raro saggio Le due dittature, che riprende l’intervento di Brancati al dibattito “Diversità e Universalità” tenutosi a Parigi nel 1952. In quelle pagine, l’autore mette a confronto le dittature di destra e di sinistra, analizzando con straordinaria lucidità le logiche e i meccanismi di ogni totalitarismo.
Brancati: la lezione attuale de I Fascisti invecchiano
Oggi, leggendo “I fascisti invecchiano” ci accorgiamo che Brancati aveva intuito che gli uomini sono sempre gli stessi, con le loro piccole vanità e le loro grandi paure. E che la letteratura, quando è vera, sa raccontare non solo un’epoca, ma l’eternità che si nasconde in ogni gesto quotidiano.