Sinossi
Polonia, inizi del Novecento. Quando Reb Joshua, l’oste del villaggio – uno dei tanti shtetl che prima della Shoah sorgevano lungo la Vistola –, si accorge che la giovane e disinibita figlia Hendel è oggetto degli sguardi dei clienti del locale, si risolve a darla in sposa al pio e devoto David, il figlio del rabbino. Poco tempo dopo nasce il figlio Shmarya Wolf, ma ben presto ci si accorge che il ragazzino nulla ha preso dal padre: man mano che cresce, infatti, si mostra indifferente agli studi e alla religione, e finisce per divenire oggetto prima dello scherno e poi della più brutale violenza da parte dei suoi coetanei. Disprezzato da tutti per la sua ingenua ottusità, in particolare dal padre, Shmarya Wolf finisce per covare un profondo odio nei confronti dell’intera comunità, al punto da rinnegarla avvicinandosi sempre più ai “gentili”, ovvero i cristiani. Il matrimonio con una vedova cattolica sancisce il definitivo distacco dal suo vecchio mondo, ma nemmeno questa nuova vita pone fine alla spirale di brutalità nella quale ha sempre vissuto…
Non vi è quasi spazio, questa volta, per l’humour caratteristico dell’intera opera di Israel Joshua Singer; ciononostante, nella sua spiazzante crudezza, “Sangue” dimostra ancora una volta l’eccezionale talento narrativo del grande scrittore ebreo-polacco, definito da Claudio Magris «ultimo “classico” della letteratura yiddish».
L’Autore
Israel Joshua Singer (1893-1944), fratello maggiore del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer e della scrittrice Esther Kreitman, nato in Polonia, trascorse l’adolescenza a Varsavia, dove il padre era rabbino. Emancipatosi da una visione integralista della religione, durante la Prima guerra mondiale visse per un certo periodo di tempo nascosto per evitare la coscrizione militare, e successivamente partecipò attivamente alla vita culturale polacca. Dopo la rivoluzione del 1917 si trasferì in Unione Sovietica e partecipò al Gruppo di Kiev, legato al simbolismo e all’avanguardia. Nel 1922 pubblicò “Perle e altri racconti”. Tornato a Varsavia, collaborò a diverse pubblicazioni e, grazie a “Perle”, iniziò a scrivere sul quotidiano yiddish newyorchese «Forverts». Nel giugno del 1934 si trasferì definitivamente negli Stati Uniti, dove si fece raggiungere dal fratello. Straordinario scrittore di racconti, tra le sue opere maggiori ricordiamo i romanzi “I fratelli Ashkenazi” (1936) e “La famiglia Karnowski” (1943); mentre postume, nel 1946, uscirono le sue memorie, “Di un paese che non c’è più”.








