Perché cerchiamo Poesie sulla Vita?

Perché cerchiamo poesie sulla vita? E cosa ci spinge ad affidarci ai versi scritti da altri, come se qualcuno, molto prima di noi, avesse già trovato le parole che ci mancano?

Forse perché la poesia riesce a dare un nome a ciò che sentiamo quando il linguaggio quotidiano si rivela insufficiente. Ci accompagna nei momenti in cui la realtà vacilla, quando ci troviamo davanti a un cambiamento, a una perdita, a una scelta che ridefinisce ciò che siamo. È allora che iniziamo a cercare non tanto delle risposte, quanto una voce capace di condividere il nostro stesso smarrimento.

Ci sono istanti in cui il nostro io sembra separarsi dal mondo, come se il filo invisibile che ci unisce agli altri si fosse improvvisamente spezzato. Le emozioni diventano difficili da decifrare e il silenzio pesa più delle parole. Tutto appare sospeso, come in un dipinto di Schiele: figure nude nella loro vulnerabilità, prive di uno sfondo che le accolga, immobili in una disperazione trattenuta, tanto dolorosa quanto profondamente umana.

È proprio in quei momenti che la poesia diventa un rifugio. Ci nutriamo dei versi degli altri perché riconosciamo in essi le nostre ferite. Ogni parola sembra posarsi sulle crepe dell’anima, non per cancellarle, ma per renderle abitabili, trasformando il dolore in qualcosa che può essere accolto, compreso e, lentamente, cicatrizzato.

Ma la poesia non è soltanto il linguaggio della sofferenza. La cerchiamo anche quando siamo attraversati dalla gratitudine, quando la bellezza di un paesaggio, di un incontro o di un semplice istante ci ricorda che facciamo parte di qualcosa di più grande. In quei momenti il verso diventa un ponte tra il nostro grido – profondo, autentico, liberatorio – e l’universo intero. È il tentativo, antico quanto l’uomo, di riconnettersi con la natura, con gli altri e, soprattutto, con quella parte di noi che troppo spesso rimane inascoltata.

Perché abbiamo scelto questi autori?

I poeti di questa raccolta hanno avuto il coraggio di abitare questa frattura, offrendoci i loro versi come bussole.

Dylan Thomas ci restituisce subito alla terra, sbattendoci in faccia la sacralità carnale di un pane e di un vino che un tempo erano avena e uva, ricordandoci che la nostra carne è impastata con la stessa linfa sensuale del mondo. A questa forza biologica risponde lo sguardo microscopico di Salinas, che ferma il tempo nel dramma di una goccia di pioggia in bilico su una foglia: un miracolo di equilibrio tra il cielo e il fango, un rinvio dolce della fine in cui la resistenza del verde salva la luce dal crollo. È la stessa vertigine d’intensità che abita in Rilke, dove il mondo trabocca improvvisamente dal volto dell’amata, lasciando l’Io talmente saturo di troppo esistere da riversarsi oltre i propri stessi confini, mentre Pessoa ci sussurra il dubbio più fecondo: che ogni nostra parola, ogni nostra opera, non sia che una nota a margine di un testo interamente cancellato, di cui possiamo solo intuire il significato.

Ma la vita non si fa spegnere dal dubbio; si fa inquieta e furiosa in Pasternak, dove l’anima si incendia nel brancolare delle stazioni, tra treni in corsa, polvere e pioppi che stramazzano, fino alla spinta vitale di Neruda che si scaglia contro la solitudine bugiarda di chi crede la vita amara e si chiude nel lutto di un pozzo solitario; per lui la vita è una macchina piena, una coppa che dopo la notte torna limpida, una forza selvaggia che profuma di mare e di menta, capace di prendere la sfortuna a colpi di pietra per farne pantaloni con cui continuare a lottare.

Allo splendore di Neruda risponde la malinconia stellata di Lorca, che cammina lungo un sentiero nebbioso in cui sull’anima nevica, lasciando aperte e dolenti le domande sull’amore, sulla speranza e sulla morte. È un cammino di ferite che Kavafis illumina con una luce matura e pacificata, guardando ai rimorsi della sua giovinezza dissoluta non come a un errore, ma come allo spazio geometrico e necessario in cui ha preso forma la sua arte. Eppure, anche la ferita più profonda trova un riscatto nei versi di Gnerre, che si riconosce viva grazie alla complicità delle piante, del muschio e delle montagne, usando ali nascoste per volare sulle lettere di un nome amato. Infine, Marina Cvetaeva spazza via ogni residuo di ombra con un abbraccio sfacciato, dorato e felice: lei, la più viva delle donne, indossa una pelle nuova e urla il suo “ciao” alla vita ogni singola mattina, senza chiedere ricompense al cielo, ma celebrando la felicità pura di stringere l’altro tra le braccia.

Malgrado questi autori siano riusciti a tradurre in parole l’inspiegabile, quando finirai di leggere questi versi ti rimarrà addosso una sensazione magnifica e inquieta: la certezza che non tutto sia stato ancora scritto.

La vita sfugge a ogni definizione, trabocca, resiste. Le loro parole non sono sentenze definitive, ma la scintilla nella notte per un universo che è ancora interamente da scoprire.

Questo pane che spezzo un tempo era avena

 

Questo pane che spezzo un tempo era avena,

questo vino su un albero straniero

era immerso nel suo frutto;

l’uomo di giorno o il vento di notte

falcidiarono i raccolti, spezzarono la gioia dell’uva.

Un tempo in questo vino il sangue dell’estate

pulsava nella carne che ornava la vite,

un tempo in questo pane

l’avena era gioiosa nel vento;

l’uomo spezzò il sole, abbatté il vento.

Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci

portare desolazione nelle vene,

furono avena e uva

nati da radice sensuale e linfa;

è il mio vino che bevi, il mio pane che addenti.

 

Dylan Thomas

 

Fermata

 

Com’è tremulo lo stare

della goccia ora piovuta

sulla foglia

dell’arbusto! Nel discendere

fatale, dalla nuvola a terra,

l’esile foglietta verde

le taglia il passo

e la ferma. Che miracolo!

La salverà dalla terra,

così vicina, a tre palmi,

che avida l’aspetta?

O sarà solo riposo,

una sosta disperata,

in sospeso, a metà strada

tra il suo alto ed il suo basso?

La foglietta è solamente,

verde anticamera, breve,

deliziosa, del suo transito?

Questa vita, che si dondola,

non è vita, è rinvio dolce

a un morir che non perdona.

Un destino sta fremendo

sulla punta di quel ramo,

quando il peso della goccia

fa inclinare questa foglia,

già quasi arresa. Però

se un che di letale preme

c’è anche un verde che resiste;

se un che la chiama al terreno

 

c’è anche un tremito, che salva.

E la foglia

si piega, inizia a cedere,

col piccolo grande carico,

di tanto e tanto cristallo

celeste; e non lo molla,

si drizza e rialza in volo

quella sua luce diamante.

Morire, vivere, tremulo

equilibrio: il peso è uguale

su questa verde bilancia.

Puro silenzio, il giardino

si fa scenario del dramma.

La pausa tra vita e morte

affascina e lascia senza

respiro la mattinata.

Per paura, tutto è immobile.

L’imminenza di un pericolo

– morte di una goccia chiara –

crea attorno onde di calma.

E ora…?

Se non soffia brusco un refolo,

se un uccello violento

che non sa che cosa accade,

non si addentra nell’arbusto,

se un innocente che gioca

a nascondino non viene

a scuotere questo ramo.

Se il sole, la luna, gli astri,

i venti, e il mondo intero

restano fermi.

Se nulla accade, nulla,

e un presente si fa eterno,

la goccia chiara vivrà

molte ore, ore lunghe,

non più ore, tempi, secoli

così, com’è,

tra la nuvola e il fango

salvata.

 

Fiducia, Salinas

 

Mondo era nel volto dell’Amata,

ma d’improvviso è traboccato:

il mondo ora è fuori, inafferrabile.

Perché non bevvi il mondo, quando lo sollevai

dal volto amato e colmo, mentre sfiorandomi

effondeva il suo profumo alla mia bocca?

Ah, eppure bevvi. La sete era implacabile.

Ma saturo di troppo mondo anch’io, bevendo,

finii per riversarmi oltre me stesso.

 

Rilke

 

Tutto ciò che l’uomo espone o esprime è una

nota a margine di un testo interamente cancel-

lato. Indicativamente, dal significato della no-

ta, ricaviamo il significato che doveva avere il

testo; ma resta sempre un dubbio e i significati

possibili sono tanti.

 

Pessoa

 

Il prototipo

O miserevole Homo sapiens,

opprime, l’esistenza.

Gli anni passati, uno come questo

li mette tutti nel sacco.

Tutti vivevano in siccità e indigenza,

inveleniti dalla lotta.

Nessuno che si stupisse del miracolo:

la vita non è che un’ora.

Da quelle mani suggevano i mughetti,

su quegli occhi alitando.

Nel brancolare da una notte all’altra,

l’anima si incendiava.

Tra le casupole a sud, una stava

più a sud di tutte le altre.

Arrancava l’erba ai suoi piedi,

come prole illegittima.

Il telo asciugava. Al petto

ancora adesso si avventa

la siepe della bella di notte,

sebbene l’anno sia alle spalle.

Indelebile quell’anno è ancora

per la polvere che lo gonfiava,

per il vento che sgusciava i semini,

sparpagliando la bardana.

Perché per malve sconosciute

come un cieco mi portava,

affinché di te scongiurassi

ogni singola siepe.

Scesi, e delle pozzanghere fresche

mi misi a riguardare gli oli,

la fuga delle macchie di salici,

a cui spedivo lettere.

Partiva appena, il mio treno:

una stazione, e poi Mosca,

nei terrapieni, nei fossi,

a coni, ad anelli ballando,

i pozzi già riecheggiavano

di liuti, e ardendo

cigolavano e stramazzavano

i pioppi e i covoni.

Guasti pure i legami, la vita,

e nuoccia alla mente l’orgoglio,

noi morremo col giogo asfissiante

di quelle ricerche nel cuore.

Mia sorella, la vita – Pasternak

 

Ode alla vita

 

L’intera notte

il dolore mi ha colpito

con un’ascia,

ma il sonno

è passato lavando come un’acqua scura

pietre insanguinate.

Oggi sono di nuovo vivo.

Di nuovo

ti sollevo,

vita,

sulle mie spalle.

Oh vita,

coppa chiara,

d’improvviso

ti riempi

di acqua sporca,

di vino morto,

di agonia, di perdite,

di sorprendenti ragnatele,

e molti credono

che questo colore d’inferno

custodirai per sempre.

Non è detto.

Passa una notte lenta,

passa un solo minuto

e tutto cambia.

Si riempie

di trasparenza

la coppa della vita.

Il lavoro spazioso

ci aspetta.

D’un colpo solo nascono le colombe.

Si installa la luce sulla terra.

Vita, i poveri

poeti

ti credettero amara,

non ti tolsero

dal letto

per portarti nel vento del mondo.

Accolsero i colpi

senza cercarti,

si scavarono

un foro nero

e andarono sprofondando

nel lutto

di un pozzo solitario.

Non è vero, vita,

tu sei

bella

come la mia amata

e fra i seni hai

odor di menta.

Vita,

sei

una macchina piena,

felicità, suono

di tormenta, tenerezza

d’olio delicato.

Vita,

sei come una vigna:

tesaurizzi la luce e la distribuisci

trasformata in grappoli.

Colui che ti bestemmia

aspetti

un minuto, una notte,

un anno breve o lungo,

esca

dalla sua solitudine bugiarda,

indaghi e lotti, unisca

le sue mani ad altre mani,

non accolga né lusinghi

la sfortuna,

la ricacci dandole

forma di muro,

come con la pietra gli spaccapietre,

tagli la sfortuna

e si faccia con essa

pantaloni.

La vita aspetta

tutti

noi che amiamo

il selvaggio

odore di mare e di menta

che ha fra i seni.

 

Neruda

 

Canzone autunnale

 

Oggi sento nel mio cuore

vago fremito di stelle

ma il mio sentiero si perde

nell’intimo della nebbia.

La luce mi spezza le ali

e va bagnando i ricordi

la mia tristezza dolente,

alla fonte dell’idea.

Tutte le rose sono bianche,

bianche come la mia pena,

ma non quelle rose bianche

sulle quali è nevicato.

Anzi ebbero arcobaleno.

Anche sull’anima nevica.

Fiocchi di baci ha la neve

dell’anima e quelle scene

sprofondate nella luce

o l’ombra di chi le pensa.

Neve, cade dalle rose,

quella dell’anima resta,

e nell’artiglio degli anni

si fa di esse un sudario.

Si scioglierà mai la neve

quando la morte ci prenda?

O ci sarà poi altra neve

e altre rose più perfette?

E sarà con noi la pace

come Cristo ci ha insegnato?

O giammai sarà possibile

la soluzione al problema?

E se l’amore ci inganna?

Chi ci rianima la vita

se il crepuscolo ci affonda

nella vera scienza forse

del Bene che neanche esiste,

e il Male che pulsa accanto?

Se la speranza si spegne

e la Babele incomincia,

che torcia illuminerà

i sentieri della Terra?

E se l’azzurro è un incanto,

che sarà dell’innocenza?

E che ne sarà del cuore,

se l’Amore non ha frecce?

E se la morte è la morte,

che ne sarà dei poeti

e delle cose assopite

che ormai nessuno ricorda?

Oh sole delle speranze!

Acqua chiara! Luna nuova!

Cuori di tutti i bambini!

Rozze anime delle pietre!

Oggi sento dentro al cuore

vago fremito di stelle

e tutte le rose sono

bianche come la mia pena.

 

Lorca

 

COMPRENSIONE

 

Miei anni di gioventù, mia vita di voluttà –

come scorgo adesso nitido il loro senso.

Quanti rimorsi inutili, vani…

Ma il loro senso allora non mi era chiaro.

Nella mia gioventù dissoluta

prendevano corpo i propositi della mia poesia,

si delineavano gli spazi della mia arte.

Perciò non erano mai stabili i rimorsi.

E i propositi di frenarmi, di cambiare

si bruciavano al più in due settimane.

 

Kavafis

 

Un carnivoro coltello

d’ala dolce ed omicida

sostiene un volo e un baleno

tutt’attorno alla mia vita.

Lampo di metallo teso

caduto giù all’improvviso,

mi scava col becco il petto

e vi fa un triste nido.

La tempia, balcone in fiore

della mia età giovanile,

è tutta nera, e il mio cuore,

e il mio cuore è senile.

Questa è la dura virtù

del lampo che ho attorno,

che vado alla gioventù

come va la luna al borgo.

Colgo con queste mie ciglia

sale d’anima e d’occhio

e fiori di ragnatela

dalle mie tristezze colgo.

Dove andrò che non mi vada

la perdizione a cercare?

Il tuo destino è la spiaggia,

la mia vocazione il mare.

Riposo da quest’azione

d’uragano, amore o inferno

è impossibile, e il dolore

mi farà purtroppo eterno.

Ma infine ti potrò vincere,

ala e lampo secolare,

o cuore, che della morte

mai io dovrò dubitare.

Continua, allora, coltello,

a ferire, a volar via.

Cadrà un giorno il tempo giallo

sulla mia fotografia.

 

Hernandez

 

Sono stata in vita per opera

delle piante.

Per il coro dell’erba

che ho accarezzato nelle pause dei versi.

Camminavo e non sapevo

che vivere è un dono.

Una coperta granitica per l’eternità.

Sono stata in vita per opera

delle montagne.

Mi dipingevo di muschio

quando non sapevo parlare.

Quando la distanza di una foglia

raggiungeva i pensieri,

le mani. Il corpo dei capelli.

Sono stata in vita per opera delle ali,

che ho nascosto al mondo,

per volare sull’alfabeto.

Sulle punte delle lettere del tuo nome.

 

Gnerre

 

Ciao! Né freccia né pietra:

io! – La più viva delle donne:

vita. Tutte le mie carezze –

al sonno tuo incompiuto.

Vieni qui! (vale a dire:

Tienimi! – è questione di senso)

Afferrami tutta così felice

e semplice come mi vedi!

Stringimi! – che oggi lontano navighiamo,

stringimi! – che sciamo! – con un filo di seta!

Oggi porto una pelle nuova:

quella dorata, la settima!

– Mio! – altro che ricompense

in cielo, se tra le braccia, sulla bocca

c’è la Vita: la felicità sfacciata

di dirti ciao ogni mattina!

 

Cvetaeva

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