Quando il dolore della morte si fa poesia

Non tornare. Se lo sopporti, sii morta tra i morti.
Hanno da fare, i morti. Ma tu aiutami,
senza dissipare le tue forze, aiutami,
come a volte le cose più remote: dentro di me.

 

Il dolore della morte non si può spiegare. È assenza, vuoto che rimbalza tra le ossa, è una risposta che non arriva più. Molti poeti hanno scritto della morte cercando nelle parole la consolazione e il senso del dolore.

Nella raccolta, Requiem, Rilke parla della morte come di una disciplina. Imparare a morire diventa un altro modo per imparare a vivere, per imparare a vedere, quasi che l’occhio umano avesse bisogno di quel limite per mettere a fuoco ciò che gli appartiene davvero. La morte, dice Rilke, è un mezzo implacabile che ci obbliga a conoscere quello che resta nell’angolo cieco della nostra esperienza.

Nel suo pensiero c’è il tentativo di riportare dentro casa ciò che la modernità scarta come perturbante. L’unheimlich, che in Freud è ciò che inquieta perché rimosso, in Rilke torna ad abitare la stanza. Nei Requiem – i due componimenti che scrisse nel novembre del 1908 e poi pubblicò insieme l’anno successivo – questa idea pulsa forte: la morte non è una fuga, ma una porta che si lascia intravedere di taglio, un invito a guardare la realtà senza più veli.


REQUIEM PER UN’AMICA

 

Il primo Requiem è per Paula Modersohn-Becker, pittrice morta a trentun anni, poco dopo il parto, nel novembre del 1907. Rilke accusa il marito di averla strappata alla sua opera, come se l’avesse costretta a lasciare a metà un quadro in cui stava finalmente trovando il suo volto.

 

Ho morti, e li ho lasciati andare
stupito di vederli così in pace
e subito di casa nella morte, così degni,
così diversi dalla loro fama. Tu sola
torni indietro; mi sfiori, ti aggiri, vuoi
imbatterti in qualcosa che nell’urto ti riveli.
Non togliermi, ti prego, quel che a poco
a poco imparo. Io sono nel giusto: sbagli
se commossa da una cosa tra le tante
hai nostalgia. Le cose, vedi, noi le trasformiamo,
non sono qui. Nell’attimo di percepirle
ne facciamo riflessi del nostro stesso Essere.

Ti credevo ben più avanti. E mi turba
che proprio tu erri e ritorni, tu che
più di tutte le altre avevi trasformato.
Lo sgomento che ci colse alla tua morte, no,
la forza della tua morte che oscuramente
s’intromise strappando via il Poi dal Prima:
questo ci riguarda; spetta a noi trovargli
un senso, come a tutto ciò che accade.

Ma lo spavento che invece colse te e che
perdura, là dove spaventarsi più non vale;
che tu perda una parte della tua eternità
ed entri qui, amica mia, qui, dove niente
ancora è; che tu, per la prima volta, diffusa
nel cosmo, e per metà spartita, non comprenda
l’ascesa delle nature sconfinate,
come facevi sempre qui con ogni cosa;
che dal ciclo che già ti aveva accolta,
l’inerzia muta di un tormento ti riporti
nel tempo contato: questo pensiero mi ridesta
come un ladro che irrompe in piena notte. […]

Perché questa pena ci affligge ormai da tempo,
nessuno la sopporta: un peso troppo greve,
la pena del falso amore che irretisce
e fondandosi sui divieti com’è usanza
si spaccia per giusto e cresce nell’iniquo.

Quale uomo vanta un diritto di possesso?
Chi mai può possedere un palpito che a volte,
in un attimo felice, capita di afferrare
per rilanciarlo poi, come fa un bimbo con la palla.

E come un comandante non potrà mai trattenere
la Nike sulla prua della sua nave se, d’un tratto,
l’arcana levità di quell’essere divino
la libra al chiarore del mare ventoso:
così anche di noi nessuno può richiamare la donna
che ormai non ci rivolge più il suo sguardo
e avanza lungo un sottile crinale
della sua esistenza, e quasi per miracolo si salva:
chi osasse tanto sarebbe incline al male.

Perché se una colpa c’è, è questa:
non accrescere la libertà di chi si ama
con tutta la libertà raccolta in noi.
Solo questo ci appartiene quando amiamo:
lasciarci; perché trattenere è facile per noi,
e non dobbiamo prodigarci a impararlo.


REQUIEM PER IL CONTE WOLF VON KALCKREUTH

Il secondo Requiem guarda invece a Wolf Graf von Kalckreuth, il giovane poeta e traduttore che, a diciannove anni, si tolse la vita nell’ottobre del 1906. Rilke gli parla come si parla a chi ha lasciato la scena troppo presto: con fermezza, senza crudeltà. Credeva forse di guadagnare un dominio più vasto, e invece è fuggito proprio dalla gioia che avrebbe dovuto cercare qui, nell’essere qui, dove la vita — anche quando fa rumore e confonde — resta l’unico luogo in cui ci è dato di crescere davvero.

Perché non attendesti che il peso diventasse
insopportabile: è allora che d’un tratto tutto cambia
e quello stesso peso diventa l’altra faccia del reale.
Vedi, forse quell’istante era imminente; forse
era già alla tua porta intento ad aggiustarsi
la corona sulla testa, quando tu, di colpo, hai chiuso.
O come ancora riecheggia quell’urto nel cosmo
se in qualche luogo il vento sferzante
dell’impazienza richiude un varco aperto.[…]

Se una donna avesse posato lieve la mano
sull’esordio ancora acerbo di quest’ira;
se mentre andavi a compiere il tuo gesto
avessi incrociato qualcuno, un passante
silenzioso, assorto nei suoi pensieri; se solo
il tuo cammino ti avesse portato a un’officina
di uomini intenti a martellare, dove la giornata
si compie a un ritmo semplice; se nel tuo sguardo,
saturo di mondo, fosse rimasto un minuscolo spazio
per l’immagine di uno scarabeo che si affatica,
d’un tratto, in un istante di chiara comprensione,
avresti inteso la scritta fatta dei segni
che dall’infanzia lentamente ti eri inciso dentro,
tentando di tanto in tanto di ricavarne una frase
che purtroppo ti era apparsa senza senso.

Lo so bene: giacevi nel buio e seguivi col dito
i solchi di quei segni come a decifrare
l’epitaffio su una tomba. Il più tenue barbaglio
ti pareva una luce posta a rischiarare
quella riga; ma la fiamma si spense
prima che tu capissi; fu forse il tuo respiro,
forse la tua mano tremante; o forse
si spense da sé come a volte una candela.

…continua. 

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Alle cinque della sera. Lamento per Ignacio Sánchez Mejías

 

A las cinco de la tarde è l’ora che ha dato al Llanto di Lorca la sua eco più lunga. Al centro di quel lamento c’è Ignacio Sánchez Mejías, torero e uomo del suo tempo, di una cultura vasta e inquieta, punto di riferimento degli scrittori della Generazione del ’27. È agosto, e Lorca inizia a scrivere con dolore il Llanto, che ha il ritmo di un’amicizia spezzata… ma solo la poesia può trasformare una morte in presenza e un’ora del pomeriggio in un destino che rimane. Nell’edizione Passigli, il Llanto non è solo, ci sono le poesie di Rafael Alberti, Gerardo Diego e Miguel Hernández: tre voci diverse che circondano quella di Lorca come un coro discreto, illuminando la figura di Sánchez Mejías da altre angolazioni, altre emozioni.

 

Alle cinque della sera.
Eran le cinque in punto della sera.

Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.

Una sporta di calce era già pronta
alle cinque della sera.

Ed il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.

Il vento spazzò via il cotone
alle cinque della sera.

L’ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.

Già lotta la colomba col leopardo
alle cinque della sera.

E una coscia col corno desolato
alle cinque della sera.

Cominciarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.

Le campane di arsenico ed il fumo
alle cinque della sera.

Negli angoli gruppi di silenzio
alle cinque della sera.

E solo il toro con il cuore eccitato!
alle cinque della sera.

Quando il sudore di neve arrivò
alle cinque della sera,

quando la piazza si coprì di iodio
alle cinque della sera,

la morte pose uova nella ferita
alle cinque della sera.

Alle cinque della sera.

Alle cinque in punto della sera.

Il letto è una bara con le ruote
alle cinque della sera.

Suonano ossa e flauti nelle orecchie
alle cinque della sera.

Il toro gli mugghiava già davanti
alle cinque della sera.

La stanza si iridava di agonia
alle cinque della sera.

Da lontano arriva la cancrena
alle cinque della sera.

Tromba di giglio per le verdi inguini
alle cinque della sera.

Come soli bruciavan le ferite
alle cinque della sera,
e la folla rompeva le finestre
alle cinque della sera.

Alle cinque della sera.

Ah, che orribili cinque della sera!

Eran le cinque in tutti gli orologi!

Eran le cinque all’ombra della sera!


Federico Garcìa Lorca
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Venne la morte dalle gabbie: venne
dal recinto, da Dio, verso l’incontro
la vita tra la luce, il suo vestiario;
e le due si fermarono nel centro,
davanti all’una mortale, l’altra statuaria.
Cominciò il gioco, rischioso
dall’una all’altra parte…
La vita si librava, con che gesto […]

Ma che importa se finisci?… Non finiamo
tutti, qui, creatura,
proprio nel punto in cui Tutto inizia?
Insomma, insomma, insomma: di’: non suoniamo
a morto, a inferno, a gloria uno per uno?

Vorrei io, Mejías,
che l’osso e il corno
hanno reso statua, muto, pace, eterno,
aspettare e guardare, come facevi sempre,
la morte: di fronte!,
con un coraggio che era un timore interno
che non ti ammazzasse.

Vorrei la sregolatezza
della carne, vetrata delicata,
la manifestazione dell’osso forte.
Sto desiderando, e temo la cornata
del tuo momento, morte.

Aspetto, in piedi immobile,
di essere, quando Dio voglia, liberato,
con la vita di paura mezza morta,
che in quel quando, amico,
qualcuno dica per me quello che io dico
per te con voce che fingo serena:
San Pietro, apri la porta:
apri le braccia, Dio, e fallo sedere!

…continua. 

 

Miguel Hernández
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Venticinque Poesie di Dylan Thomas

 

Dylan Thomas diceva di scrivere “a partire dalle parole, non verso le parole”. Da lì nasce la sua idea dell’universo come un processo continuo che troviamo in Venticinque Poesie: creazione e distruzione fuse nello stesso attimo. È una poetica che vibra in ogni verso, con neologismi che germinano, immagini che si moltiplicano, strutture capovolte per dare alla realtà un angolo nuovo. Dentro questa stessa raccolta si trova E la morte non avrà più potere: è un testo che apre una feritoia e ci fa vedere oltre. La morte è un passaggio, non una chiusura; e la vita che ricomincia proprio dove sembra spezzarsi. Nulla scompare davvero, e che la parola può ancora spingere la materia, e noi con lei, verso la forma successiva.

 

E la morte non avrà più potere

 

E la morte non avrà più potere.
I morti spogli saranno una cosa sola
con l’uomo nel vento e la luna a ponente;
quando le loro ossa saranno spolpate e le nude ossa dissolte,
avranno stelle ai gomiti e ai piedi;
pur se ammattiscono saranno sani,
pur se sprofondano in mare risorgeranno;
pur se gli amanti saranno perduti, non lo sarà l’amore;
e la morte non avrà più potere.

E la morte non avrà più potere.
Sotto alle spire del mare,
a lungo distesi, non moriranno nel vento;
torcendosi sui cavalletti mentre cedono i tendini,
legati a una ruota, non si spezzeranno;
la fede tra le loro mani si spaccherà in due,
e i mali unicorni li trafiggeranno;
scissa ogni estremità, non s’incrineranno;
e la morte non avrà più potere.

E la morte non avrà più potere.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi
o le onde infrangersi fragorose sulle rive;
dove spuntò un fiore, mai più un fiore
leverà il capo ai colpi della pioggia;
e anche se matti e morti stecchiti,
le teste di quei tipi martelleranno dalle margherite;
irromperanno nel sole finché il sole non cadrà,
e la morte non avrà più potere.

 

L’addio di Apollinaire

Cinque versi, un rametto d’erica in mano, e l’addio che si stringe come un nodo che non vuole sciogliersi. È poesia che parla piano, sottovoce, senza disturbare. L’autunno è ciò che finisce, ciò che si allontana e così, di soppiatto arriva la frase che addolora: “Non ci vedremo più sulla terra.” È una riga che non lascia scampo, rivela che la separazione, quella radicale, è già avvenuta o sta avvenendo. E poi il ribaltamento finale: “E tu ricordati che t’aspetto.” Chi se ne va, in qualche modo resta; chi saluta, in realtà attende, in un addio che non si chiude mai davvero.

 

Ho colto d’erica questo rametto
L’autunno è morto non scordarlo
Non ci vedremo più sulla terra
Odor del tempo mio rametto
E tu ricordati che t’aspetto

 

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