Un territorio senza spazio e tempo: l’azione è quasi assente e tutto si svolge nella mente dei protagonisti che vivono in lotta con se stessi, divisi tra desiderio, colpa e coscienza sociale. È il romanzo psicologico che si innerva ed esplode in un primo Novecento, alimentato dalle teorie di Freud, Klein, Bion, Lacan.
Eppure l’idea di analizzare l’inconscio e i conflitti interiori non è una rivoluzione del’900: fin dall’antichità, infatti, tragedie teatrali come quelle di Euripide e Seneca mettevano in scena lotte interiori, passioni e tensioni psicologiche. Anche lì il luogo del teatro era uno spazio metaforico della mente, dove si combattevano pulsioni, emozioni e memorie, anticipando di fatto i temi moderni della psicanalisi.
Ma se prima l’io era incatenato in un senso di appartenenza alla comunità, alla società, con personaggi integrati in contesti condivisi, con le nuove teorie di Freud, il protagonista appare progressivamente frammentato, isolato, alienato, segnato dallo smarrimento dell’Io e dall’angoscia esistenziale. E si aggiungono i mutamenti storici, sociali e culturali, dove le certezze di un tempo sfumano e la coscienza dell’individuo si confronta con il vuoto e la complessità interiore.
Ed è così che prende vita il perturbante.
Freud mostra che l’essere umano non è padrone del proprio Io, la funzione mediatrice e in parte conscia della personalità. Ciò che emerge alla coscienza è solo la punta di un iceberg: l’Io stesso è attraversato e condizionato da forze inconsce, come pulsioni, desideri e tracce traumatiche. Klein descrive la mente come uno spazio attraversato da scissioni, in cui l’amore e l’odio si mescolano; gli “oggetti” — le persone amate, temute o perdute — vengono divisi in “buoni” e “cattivi” come modalità di difesa dal dolore psichico. La vita mentale non appare più come un flusso unitario e lineare, ma come un insieme di frammenti, impulsi, fantasie, simboli. Bion compie un ulteriore passo ulteriore interrogandosi come la mente trasformi – o fallisca nel trasformare — le emozioni in pensiero. Il suo concetto di “attacco al legame” descrive quelle parti della mente che distruggono le connessioni tra esperienze emotive, pensiero e relazione. L’Io, dice Lacan, non è che un riflesso nello specchio: un’immagine di sé mai, sempre scissa e mai coincidente con la realtà.
Musil, Colette, Zweig, Schnitzler, Werfel, nel momento della scrittura, si confrontano con un materiale psichico grezzo, dove il linguaggio diventa uno strumento per contenere l’angoscia, non solo per descriverla.
Per chi legge, il romanzo psicologico si configura come un’esperienza speculare: leggere significa reggere l’urto, sostare nell’inquietudine e imparare a “pensare l’impensabile” insieme al personaggio.
5 Romanzi psicologici da tenere sul comodino
La gatta di Colette
Colette, pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette, fu una delle figure più libere e anticonformiste del suo tempo. Candidata al Nobel e prima donna francese a ricevere funerali di Stato, ha lasciato un segno profondo nella letteratura del Novecento, raccontando femminilità, desiderio e indipendenza con una sincerità rivoluzionaria. La Gatta è uno dei suoi romanzi più intensi: un triangolo domestico che si trasforma in un dramma psicologico di straordinaria accuratezza. Nel piccolo appartamento di Neuilly-sur-Seine, il giovane Alain, borghese viziato e infantile, vive un rapporto simbiotico con la sua gatta Saha, creatura perfetta e silenziosa, simbolo di purezza e libertà. Il matrimonio con Camille, ragazza moderna e intraprendente, fa esplodere la tensione tra istinto e convenzione, tra amore e possesso: un conflitto in cui Saha diventa la vera rivale, ma anche la manifestazione più autentica di un desiderio che rifiuta il compromesso e la dipendenza.
Straniamento di Franz Werfel
Franz Werfel è stato uno dei più raffinati interpreti dell’animo umano nella Mitteleuropa del primo Novecento. Scrittore e drammaturgo di origine ebraica, legato all’ambiente praghese di lingua tedesca e in dialogo con figure come Kafka, Max Brod e Martin Buber, raggiunse la fama internazionale nel 1933 con I quaranta giorni del Mussa Dagh, il grande romanzo epico dedicato alla resistenza armena e al genocidio del popolo armeno. Tuttavia, al di là dell’epica e dell’impegno storico, la sua scrittura rimane sempre una penetrante esplorazione della vita interiore. Tra i suoi testi più intensi spicca Straniamento, forse l’opera che più di ogni altra rivela l’impronta di Freud e della psicoanalisi nella sua narrativa.
Il racconto si apre con Gabriele, la protagonista, distesa in un letto d’ospedale. Ed è da questo spazio sospeso che la mente si mette in moto: ricordi, pensieri e desideri affiorano in un flusso che oscilla tra veglia e sogno. Werfel segue da vicino ogni battito di coscienza, ogni slittamento tra realtà e allucinazione, accompagnando il lettore dentro i labirinti di una sensibilità febbrile e scissa. Man mano che la narrazione procede, l’atmosfera si fa più rarefatta, più intima, fino a toccare un nodo segreto: l’amore proibito e sensuale che Gabriele prova per il fratello musicista, che vive a Berlino e che lei, con ostinazione, sta cercando di raggiungere.
In questo intreccio di desiderio, colpa e memoria, Werfel costruisce un racconto che è insieme confessione e indagine psichica — una discesa nell’inconscio in cui il lettore, come la protagonista, finisce per smarrire il confine tra verità e sogno.
Angoscia di Stefan Zweig
Stefan Zweig è stato uno dei grandi narratori della crisi europea del Novecento. Scrittore, drammaturgo, biografo e poeta, visse tra pacifismo e disincanto, attraversando da intellettuale cosmopolita la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico e l’avvento dei totalitarismi. Il suo talento più puro emerge nei racconti psicologici, dove la tensione morale si intreccia al dramma interiore. Tra questi, Angoscia – scritto nel 1910 e pubblicato nel 1920 – è un vertice assoluto. Protagonista è Irene Wagner, donna dell’alta borghesia viennese, sposata con un avvocato, madre di due figli e prigioniera di una vita impeccabile. La quiete borghese, però, le pesa come una gabbia: spinta dalla noia e dal desiderio di sentirsi viva, intreccia una relazione con un giovane musicista. Dopo uno degli incontri, una sconosciuta la ferma per strada e avvia un ricatto che segna l’inizio della sua rovina. Da quel momento, l’esistenza di Irene precipita in un vortice di paura e autocondanna: il terrore di essere scoperta, il rimorso, la vergogna e il bisogno disperato di confessare la divorano dall’interno.
Zweig orchestra questo lento crollo con un rigore quasi chirurgico. La narrazione si stringe intorno alla protagonista come una spirale di pensieri, ansie e illusioni, conducendo il lettore fino a un finale inatteso.
Tenente Gustl di Arthur Schnitzler
Osservatore impalcato dell’animo umano, Schnitzler ha lasciato opere che ancora oggi con straordinaria lucidità. Le sue pagine sono specchi dell’inquietudine moderna, attraversate da eros e colpa, e mettono a nudo la fragilità dell’identità borghese; tra queste il Tenente Gustl occupa un posto centrale. Nel luglio del 1900, pochi giorni dopo averlo terminato, Schnitzler annotò di avere la “sensazione che si tratti di un capolavoro”. Aveva ragione. Nel corso di una sola notte, Gustl, giovane ufficiale viennese, vaga per la città ossessionato dall’umiliazione subita. Nelle otto ore di buio in cui accompagniamo il protagonista, Schnitzler ci fa assistere al collasso di un uomo, ma anche al risveglio di una consapevolezza nuova: l’Io non è solido, è un campo di forze, un flusso di parole che cerca disperatamente di restare in equilibrio. E in quella Vienna elegante e sonnambula, dove il disonore vale più della vita, si riflette l’intera crisi dell’Europa borghese alla vigilia della Grande Guerra. Un racconto breve, intensissimo, che brucia come una notte insonne: la mente del protagonista diventa lo specchio in cui l’uomo moderno comincia, forse per la prima volta, a guardarsi senza illusioni.
Il compimento dell’amore di Robert Musil
Robert Musil è uno dei maggiori scrittori del Novecento, noto soprattutto per il grande romanzo incompiuto L’uomo senza qualità e I turbamenti del giovane Törless, opere in cui ricerca un linguaggio capace di scandagliare le zone più profonde dell’esperienza umana. Ne Il compimento dell’amore, apparso nel 1911, insieme a La tentazione della silenziosa Veronika, il tema centrale è l’adulterio, ma Musil non intende raccontare un dramma borghese convenzionale. Ciò che lo affascina è indagare le radici interiori dell’infedeltà e mostrare come le nostre azioni non rispondano alla logica della causalità che governa il mondo reale – come sosteneva il Naturalismo (corrente letteraria di metà Ottocento) – bensì nascano da un distacco dalla realtà stessa. L’amore, in questo senso, rappresenta uno degli esiti più estremi di tale distacco. In questo senso, l’adulterio si rivela per Musil una forma paradossale di compimento dell’amore: un approdo insieme ironico e tragico , in cui il desiderio diventa conoscenza.