In catalogo un tassello prezioso della storia repubblicana italiana
In un’Italia segnata da una crescente polarizzazione politica e insidiose tensioni sociali, il pensiero di Enrico Berlinguer è tornato ad essere oggetto di riflessioni.
A riprova di ciò, il film “La grande ambizione”, incentrato sulla figura del segretario del PCI, diretto dal regista Andrea Segre e interpretato dall’attore Elio Germano, ha suscitato interesse, ottenuto grandi visibilità e riscosso premi prestigiosi.
In particolare, non smette di animare discussioni e creare dibattiti – anche tra chi allora non era nato, anche tra le generazioni più giovani – il progetto politico del compromesso storico, elaborato negli anni Settanta del secolo scorso.
Con la pubblicazione del volume Il compromesso storico, inserito nella collana Strumenti Passigli, abbiamo raccolto questa sfida: raccontare un tassello fondamentale della recente storia italiana attraverso le parole di uno dei suoi protagonisti: Enrico Berlinguer.
Il contesto: tra Cile, Italia e crisi della democrazia
Il progetto del compromesso storico, frutto di una lunga incubazione all’interno del PCI, venne illustrato da Berlinguer in un momento piuttosto teso a livello internazionale, nel quadro della Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica e in seguito al golpe antisocialista in Cile del settembre 1973.
Un colpo di stato perpetrato dall’esercito nazionale guidato dal generale (e futuro dittatore) Augusto Pinochet contro il presidente socialista democraticamente eletto Salvador Allende, morto proprio nell’ambito dell’assalto al palazzo presidenziale nell’ambito di quella drammatica vicenda.
L’evento, in nessun modo contrastato dagli Stati Uniti del presidente repubblicano Richard Nixon, ché anzi sostennero fin da subito il nuovo potere cileno, scosse il mondo intero ed ebbe una forte eco in Italia.
Per Berlinguer, nel contesto di una democrazia complessa come quella italiana, una democrazia stretta tra problemi interni e vincoli internazionali, ciò che accadde in Cile fu una sorta di campanello d’allarme.
Un forte monito per l’avvenire: pur non di non permettere alla forze di sinistra di arrivare al governo per attuare programmi di riforme strutturali, si erano aperte le porte all’uso di prassi, strumenti e approcci marcatamente antidemocratici.
Del resto, nella penisola il clima era assai teso: lotte sociali e conflitti sindacali, l’inedita avanzata di formazioni neofasciste e i terribili episodi di stragismo indiscriminato, voci persistenti di tentativi golpisti e l’apparire dei primi segnali di una profonda crisi economica, fino alla radicalizzazione delle frange più estremiste dei movimenti di contestazione e addirittura alla comparsa di fenomeni caratterizzati dall’uso politico della violenza (con il consolidamento di organizzazioni come le Brigate rosse).
Il Partito Comunista Italiano, guidato appunto da Berlinguer, propose così una nuova strategia: l’intesa tra forze comuniste, socialiste e popolari, comprese quelle cattoliche, in particolare la Democrazia Cristiana (partito di maggioranza relativa fin dal dopoguerra e anche principale antagonista del PCI).
Obiettivo: garantire una maggiore stabilità, difendere le istituzioni da contraccolpi reazionari e aprire nuove prospettive.
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Gli articoli su Rinascita: la genesi del compromesso
Berlinguer, in quel contesto, non senza dilemmi e perplessità, tentò di offrire al Paese un’opzione politica di spessore, confermando la validità di alcune delle linee direttrici seguite in passato da Palmiro Togliatti per poi gettare le basi per un’alternativa democratica fondata sul concorso di partiti di massa legati all’antifascismo e ai principi costituzionali.
Il segretario del PCI, designato in quel ruolo nel 1972, intendeva così superare la pregiudiziale anticomunista che gravava sull’Italia, un Paese membro nella NATO, la più importante alleanza politico-militare del mondo occidentale, e dunque rinforzare la legittimità della Repubblica nata dalla Resistenza.
Il tutto senza accantonare il suo approccio marxista, il suo orizzonte ideologico e il profilo ideale che l’aveva accompagnato in circa tre decenni di militanza a sinistra.
Berlinguer scrisse allora su «Rinascita», la rivista teorica del Partito comunista italiano, tre articoli per spiegare, dettagliare e promuovere la sua idea. Nel primo di questi, pubblicato il 28 settembre 1973 con il titolo Imperialismo e Coesistenza alla luce dei fatti cileni, annotò:
“Qualcuno si è domandato come sia possibile che interventi così brutali come quello effettuato in Cile dalle forze dell’imperialismo e della reazione continuino a verificarsi in una fase della vita internazionale nella quale si vanno compiendo passi sempre più spediti sulla via della distensione e della coesistenza pacifica nei rapporti tra Stati con diverso regime sociale. Ma chi ha mai sostenuto che la distensione internazionale e la coesistenza significano l’avvento di un’era di tranquillità, la fine della lotta delle classi sul piano interno e internazionale, delle controrivoluzioni e delle rivoluzioni?”
E ancora:
“Gli avvenimenti cileni ci sollecitano a una riflessione attenta che non riguarda solo il quadro internazionale e i problemi della politica estera, ma anche quelli relativi alla lotta e alla prospettiva della trasformazione democratica e socialista del nostro paese.”
Il compromesso storico alla prova della storia
Nei suoi primi tre scritti, apparsi sulla rivista tra il settembre e l’ottobre di quell’anno, Berlinguer si mostrò consapevole dei limiti del sistema politico nazionale ma anche deciso a spingersi oltre. Si propose diversi scopi:
- Analizzare il contesto internazionale e nazionale
- Riflettere sul ruolo del PCI nell’articolata società italiana
- Consolidare l’autonomia del partito rispetto all’orbita sovietica
- Sottolineare la necessità di un dialogo tra culture politiche diverse
- Proporre una convergenza programmatica per la tutela della democrazia
Il suo (quasi naturale) interlocutore fu Aldo Moro, dirigente di lungo corso della Democrazia cristiana, fine costituzionalista dalle abilità interlocutorie e già regista di alcune delle evoluzioni della democrazia italiana nel dopoguerra; come l’apertura a sinistra negli anni Sessanta, proiettata sui socialisti di Pietro Nenni.
Seguirono anni di confronti e scontri, di avvenimenti politici di notevole importanza (come il referendum sul divorzio) e cambiamenti non secondari, come la lenta ma sostenuta avanzata elettorale comunista.
Il progetto del compresso storico non fu esente da critiche puntuali e attacchi a tratti feroci, ma in un primo momento non si arrestò.
Nel febbraio del 1976, intervistato dal giornalista Carlo Casalegno su La Stampa, Berlinguer ribadì che il PCI intendeva, fuori da ogni dogmatismo, “adeguare le interpretazioni della dottrina marxista e la nostra azione politica alle realtà storiche e politiche dei singoli paesi e di tutto l’occidente”. E poi:
“Non so se il compromesso storico sia ineluttabile; certo lo considero necessario, nell’interesse nazionale. I tempi esigono di introdurre una novità sostanziale nella direzione politica del paese, dopo che si sono sperimentate varie forme di coalizioni, tutte senza di noi.”
Di lì, nel giugno successivo, dopo le elezioni politiche nazionali, la prospettiva del compromesso storico trovò una prima, apparente realizzazione nei governi di solidarietà nazionale, presieduti dalla Democrazia cristiana, appoggiati da alcuni partiti laici e sostenuti dal PCI; che pure non entrò formalmente nell’esecutivo.
Fu un passaggio storico: infatti, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, i comunisti parteciparono più attivamente alla gestione della cosa pubblica, seppur in forma indiretta, per garantire la tutela delle istituzioni, affrontare l’impasse economico-finanziaria e arginare la minaccia del terrorismo.
Soltano più avanti, il tentativo di Berlinguer (complesso e difficoltoso) deragliò, soprattutto dopo l’assassinio di Moro nel maggio 1978 per mano delle Brigate Rosse (BR) – un’autentica cesura della storia repubblicana – e con l’emergere di una diffusa riluttanza dei dirigenti della DC nel proseguire con il progetto.
Gli esecutivi di solidarietà nazionale – con il PCI che passò dalla non sfiducia all’appoggio esterno – varano importanti riforme (come quella sul sistema sanitario nazionale, ad esempio), senza però stabilizzarsi.
Berlinguer tirò le somme di quegli anni – tragici e cruciali – in un quarto articolo apparso sempre su «Rinascita» nell’agosto 1979, sancendo la fine di quell’esperienza pur senza rinnegare l’originalità di un esperimento politico inedito e di ampio respiro.
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Il compromesso storico nella collana Strumenti Passigli
Il volume Il compromesso storico si inserisce con coerenza nella collana Strumenti Passigli, una collana pensata per offrire a lettori e lettrici strumenti critici e documenti fondamentali per comprendere la storia politica e istituzionale italiana.
La struttura del libro è essenziale ma densa: quattro articoli scritti da Enrico Berlinguer tra il 1973 e il 1979, pubblicati originariamente su «Rinascita», vengono qui riproposti in una forma completa e accessibile, arricchiti poi da una prefazione di Gianni Cuperlo, deputato da diverse legislature, già al vertice della FGCI, l’organizzazione giovanile del PCI, e presidente del PD, il Partito democratico.
Il libro, in definitiva, è uno strumento editoriale agile e curato, pensato per durare nel tempo.
Rappresenta un invito al confronto diretto – appunto sulla base degli articoli del compromesso storico – con l’eredità di un politico che non è stato dimenticato: Enrico Berlinguer.