Sinossi
Se è vero che Elegia, la sesta delle opere postume nerudiane, colpisce immediatamente il lettore per la sua nudità, la sua secchezza quasi ‘anti-elegiaca’, è pure vero che questa impressione è più apparente che reale, in quanto Neruda a ben vedere non rinuncia per nulla in questa sua breve, intensa silloge, a quell’eco sentimentale, ‘solidale’, che è tratto costitutivo della sua poesia più matura.
Tuttavia quell’osservazione ci richiama ad un aspetto che certamente non va trascurato: Neruda con quel titolo non ha voluto tanto sottoporre la sua poesia alle ragioni di un ‘genere’ poetico, quanto evidenziare un rapporto col proprio tempo, nel ricordo degli amici scomparsi ed anche in una sorta di estremo congedo del poeta dal paese che impersonava il mito proprio e dei propri compagni di strada: la Russia di Puškin, di Majakovskij, di Lenin e della Rivoluzione, la Russia di Stalin e del terrore «dei suoi castighi».
Per l’Edizione del Centenario, insieme a Elegia escono anche le ristampe di Venti poesie d’amore e una canzone disperata e di Residenze sulla terra.
«Poi, dentro di Stalin,
entrarono a vivere Dio e il Demonio,
s’installarono nella sua anima.
Quel sagace, tranquillo georgiano,
conoscitore del vino e di molte cose,
quel capitano chiaro del suo popolo
accettò la trasformazione:
venne Dio con uno specchio oscuro
ed egli ritoccò la sua immagine ogni giorno
fino a che quel cristallo s’assottigliò
e s’empirono di paura i suoi occhi.
Poi venne il Demonio e una fune
gli diede, sferza e corda.
La terra s’empì dei suoi castighi,
ogni giardino aveva un impiccato.»






