Sinossi
Per Le pietre del cielo – apparso nel 1970, dieci anni dopo, dunque, l’altro ‘libro delle pietre’, Le pietre del Cile – si è parlato di una raccolta di «tranquilla bellezza» e di «quietato ardore», quasi che il poeta avesse finalmente raggiunto uno dei luoghi più pacificati e sereni della sua poesia.
Ma se è vero che Neruda vede riflettersi nella bellezza delle pietre – dal quarzo al turchese, allo smeraldo, allo zaffiro, all’agata marina, al topazio, alla cornalina, all’ametista… – la bellezza del cielo, è non meno vero che per il poeta le pietre rappresentano anche e soprattutto quella lezione di eternità che è negata invece al destino precario dell’uomo. Ed è proprio in questo che la raccolta Le pietre del cielo si ricollega alla precedente, e la poesia di Neruda si riappropria testo dopo testo della sua carica di inquietudine, seguendo ancora una volta la lezione del poeta più amato, Francisco de Quevedo; perché, come scrive Giuseppe Bellini, «mentre il tempo scorre senza scalfire la materia dura, esercita impietoso il suo potere sull’uomo, in un rapido processo di distruzione che lo conduce al nulla».
«Turchese, t’amo come fossi la mia fidanzata,
come fossi mia:
in ogni parte sei:
sei appena lavata,
appena azzurra celeste:
appena cadi dal cielo:
sei gli occhi del cielo:
rompi la superficie
del negozio e dell’aria:
mandorla azzurra:
unghia celeste:
fidanzata.»








